Io, il Due e l'Uno usciamo di casa tutte le mattine intorno alle 8.10 di mattina. A volte ci incolonniamo subito. A volte viaggiamo a passo d'uomo fino alla finale destinazione scolastica.
Durante questo tragitto abbiamo fatto delle amicizie.
Cioè noi sappiamo di essere amici di queste persone che incrociamo sul sentiero quotidiano, mentre loro non lo sanno. O meglio non sappiamo se anche loro ci hanno guardato, se anche loro aspettano che noi passiamo.
La prima nostra grande amica è una bambina che aspetta l'autobus che la porti a scuola. Ha i capelli lunghi tanti mossi e indossa sempre vestiti rosa. Rosa chiaro rosa scuro lilla viola. Abbiamo deciso che ha l'età di Uno, otto anni.
Quando noi svoltiamo lei è lì, rivolta verso di noi in attesa. Se non c'è è perché siamo molto in ritardo. Se si ammala ci preoccupiamo e ci chiediamo come sta? Cosa avrà? Il raffreddore? Il mal di gola?
Lei se è nuvolo ha sempre l'ombrello, al contrario dei miei bambini perché io mi dimentico sempre di dare loro l'ombrello. Una volta, una volta sola in tre anni, l'abbiamo vista parlare con qualcuno dal terrazzo sopra di lei.
Lei c'è. E' la nostra sicurezza.
Tornando da scuola c'è la nostra seconda amica, anzi la mia seconda amica.
E' una ragazza bellissima. Con lunghi tanti lisci capelli sempre raccolti. Ha uno sguardo scuro, penetrante, serio e vagamente doloroso. E' magra. No. E' più magra del magro. E' sottile. Il suo corpo è fatto di semplici linee tracciate a matita.
E cammina. Veloce. Cammina trascinando vestiti larghi. E' perfettamente truccata. Ha sempre il cappello quando è molto freddo. Io invece me lo dimentico sempre il cappello anche quando il freddo mi trapana le tempie.
Lei, la ragazza, la vedo che torna quando torno a scuola a prendere i bambini. Se non la incontro mi preoccupo. Le sarà successo qualcosa? Non starà bene?
Martedì scorso ho di nuovo iniziato il mio corso di yoga. Ma cambio tutto. Cambio giorno, cambio orario.
Sono lì, stesa sul tappetino. Attendo l'insegnante. Improvvisamente il mio occhio destro accoglie un movimento. Lento. Una figura nera. No. Delle linee nere che si muovono: la ragazza che cammina veloce. Lì al mio fianco.
Al momento reagisco male. No, tu devi stare là, a camminare veloce su quella strada. Poi comincio a osservarla. Rubo sguardi. Vedo l'eyeliner steso perfettamente. I piedi lunghi magri. E' alta. Io e lei vicine. Le uniche donne di quel corso a non essere nonne.
Respiro e la sento. E mi dico che è qui vicino a me e sì. Sta bene.
lunedì 26 novembre 2012
SUL CASO
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mercoledì 14 novembre 2012
LA BAMBINA CHE TESSEVA CON LE PENNE
Pochi giorni fa l'Uno si è ricordato del suo compagno che all'improvviso e all'insaputa di tutti si era trasferito in un'altra scuola. Ne avevo parlato qui, a proposito del provare dolore e del cercare di proteggere i propri figli.
"Chissà come sta?"
Mi chiede.
Capisco l'Uno.
Anche perché durante le scuole elementari avevo una compagna, Anna, a cui ero molto legata.
Era di origini toscane e sapevo che era in prestito in questa terra brianzola.
Aveva quest'accento meraviglioso e per me così esotico.
Aveva un fratello più grande e quando andavo a giocare a casa sua ci faceva sentire della musica strana e la loro camera era tappezzata di foto di David Bowie.
Vivevano in un appartamento di un bellissimo complesso centrale della nostra città, tanti appartamenti, un enorme giardino, tantissimi bambini il pomeriggio con cui giocare in cortile.
Solo ora mi rendo conto ripensando a lei, che negli anni a seguire la planimetria del suo appartamento è diventata per me la geografia familiare di tutti i romanzi che ho incontrato nella vita. Nel suo appartamento ho ambientato tutti i libri che ho letto e molti dei sogni a occhi aperti che ho fatto.
L'invidiavo perché aveva una cameretta in comune con suo fratello, mentre io ero isolata nella mia vasta e fredda stanza. L'invidiavo perché lei non poteva mai venire a casa mia, perché io il pomeriggio stavo dai nonni. L'invidiavo perché lei aveva una mamma che faceva le torte anche se non era festa. L'invidiavo perché i pomeriggi giocava con almeno una decina di amici e solo da lei si poteva fare un "guardie e ladri" decente.
Ma soprattutto ammiravo la sua calma, la sua compostezza, il suo sorriso dolce. E invidiavo le sue abilità: durante l'intervallo prendeva la mia o la sua penna colorata (quelle che si usavano negli anni ottanta, profumate da far venire il mal di testa) e cominciava con la punta a fare l'uncinetto. Ricordo il vago profumo della penna, i nostri grembiuli bianchi che si sfioravano, il silenzio di ammirazione e le sue magre mani che lavoravano.
Perché la mia era un invidia che si riversava solo su di me e che già a otto anni metteva in dubbio il mio stile di vita, le mie relazioni e sì un po' soffrivo, ma un po' mi sentivo un'eletta ad avere Anna accanto a me.
Lei è un'altra BDGO, che Stima ha così ben definito, ha un volto pallido pallido, corti capelli castani e due occhi blu grandi come il cielo.
Un giorno d'estate Anna mi dice che se ne va. Torna in Toscana. Anzi, non me lo dice lei, me lo dice sua mamma, alta alta, un giorno sulla porta di casa sua. Anna abbassa gli occhi come me, accomunate da un dolore inenarrabile.
Da brave amiche i mesi successivi ci scriviamo. Poi sempre più raramente. Fino al silenzio.
Io la cerco ancora Anna.
Ogni tanto digito il suo nome e cognome su fb. E analizzo invano i volti.
Ma lei non c'è mai. Devo convincermi forse che Anna deve restare lì, tra quei dolci e un po' struggenti ricordi.
E forse anche l'Uno lo deve fare.
"Chissà come sta?"
Mi chiede.
Capisco l'Uno.
Anche perché durante le scuole elementari avevo una compagna, Anna, a cui ero molto legata.
Era di origini toscane e sapevo che era in prestito in questa terra brianzola.
Aveva quest'accento meraviglioso e per me così esotico.
Aveva un fratello più grande e quando andavo a giocare a casa sua ci faceva sentire della musica strana e la loro camera era tappezzata di foto di David Bowie.
Vivevano in un appartamento di un bellissimo complesso centrale della nostra città, tanti appartamenti, un enorme giardino, tantissimi bambini il pomeriggio con cui giocare in cortile.
Solo ora mi rendo conto ripensando a lei, che negli anni a seguire la planimetria del suo appartamento è diventata per me la geografia familiare di tutti i romanzi che ho incontrato nella vita. Nel suo appartamento ho ambientato tutti i libri che ho letto e molti dei sogni a occhi aperti che ho fatto.
L'invidiavo perché aveva una cameretta in comune con suo fratello, mentre io ero isolata nella mia vasta e fredda stanza. L'invidiavo perché lei non poteva mai venire a casa mia, perché io il pomeriggio stavo dai nonni. L'invidiavo perché lei aveva una mamma che faceva le torte anche se non era festa. L'invidiavo perché i pomeriggi giocava con almeno una decina di amici e solo da lei si poteva fare un "guardie e ladri" decente.
Ma soprattutto ammiravo la sua calma, la sua compostezza, il suo sorriso dolce. E invidiavo le sue abilità: durante l'intervallo prendeva la mia o la sua penna colorata (quelle che si usavano negli anni ottanta, profumate da far venire il mal di testa) e cominciava con la punta a fare l'uncinetto. Ricordo il vago profumo della penna, i nostri grembiuli bianchi che si sfioravano, il silenzio di ammirazione e le sue magre mani che lavoravano.
Perché la mia era un invidia che si riversava solo su di me e che già a otto anni metteva in dubbio il mio stile di vita, le mie relazioni e sì un po' soffrivo, ma un po' mi sentivo un'eletta ad avere Anna accanto a me.
Lei è un'altra BDGO, che Stima ha così ben definito, ha un volto pallido pallido, corti capelli castani e due occhi blu grandi come il cielo.
Un giorno d'estate Anna mi dice che se ne va. Torna in Toscana. Anzi, non me lo dice lei, me lo dice sua mamma, alta alta, un giorno sulla porta di casa sua. Anna abbassa gli occhi come me, accomunate da un dolore inenarrabile.
Da brave amiche i mesi successivi ci scriviamo. Poi sempre più raramente. Fino al silenzio.
Io la cerco ancora Anna.
Ogni tanto digito il suo nome e cognome su fb. E analizzo invano i volti.
Ma lei non c'è mai. Devo convincermi forse che Anna deve restare lì, tra quei dolci e un po' struggenti ricordi.
E forse anche l'Uno lo deve fare.
lunedì 5 novembre 2012
MIO FIGLIO E' UNO SCULTORE ovvero SULLA SCUOLA BIDIMENSIONALE
Ieri sera io e il K. cenavamo senza gnomi, che già si erano rifocillati. Il Due si avvicina al tavolo con cartoncini, forbici, scotch e le cartine di alluminio dei soldini di cioccolato mangiati in precedenza.
"Cosa devi fare?"
"Una scatoletta per le cartine dei cioccolatini!"
"Come mai?"
"Perché ho sentito che se sbattono fanno una specie di musica."
E così ha cominciato a lavorare, prima ha fatto una bustina ma le cartine non suonavano. Poi ha capito, avrebbe dovuto lasciare più spazio. Ha ricominciato, di nuovo tagliato e di nuovo scotchato.
Questo è il risultato, e vi assicuro che il suono che fanno le cartine muovendolo, è meraviglioso:
"Cosa devi fare?"
"Una scatoletta per le cartine dei cioccolatini!"
"Come mai?"
"Perché ho sentito che se sbattono fanno una specie di musica."
E così ha cominciato a lavorare, prima ha fatto una bustina ma le cartine non suonavano. Poi ha capito, avrebbe dovuto lasciare più spazio. Ha ricominciato, di nuovo tagliato e di nuovo scotchato.
Questo è il risultato, e vi assicuro che il suono che fanno le cartine muovendolo, è meraviglioso:
"Sei uno scultore" gli ho detto ieri sera.
E lui mi ha guardato e mi ha sorriso, imbarazzato e felice.
Stamattina mentre rimettevo in sesto la sua stanza ripensavo a quel muro coi mollettoni appesi nella sua classe. Servono a tenere tutti i disegni dei 24 alunni. Il suo è vuoto. Vuoto. Nulla. Deserto.
Lui è uno scultore, mi ripetevo. E mentre stipavo ordinatamente le centinaia di pezzetti di lego nelle scatole me lo vedevo. Silenzioso creatore di opere in 3d. Dai lego ai kapla (la notte di halloween ha fatto coi kapla la città dei gormiti, sensazionale), dal cartone al legno, dalla plastica alle cannucce. Lui trasforma la forma.
Porta a casa da scuola oggetti inventati e come Archimede Pitagorico, li stipa nella sua cameretta perché bisogna 'lasciarli in mostra'.
Mio figlio ha 5 anni.
L'anno prossimo il grande salto.
Nella scuola primaria bidimensionale saprà continuare il suo percorso di scultore?
O verrà costretto tra le pagine di un quaderno a righe?
Lui deve toccare le sue creazioni.
La scuola dell'infanzia dove va ha organizzato una gita extra-orario per genitori e bimbi a Como, per vedere questa mostra.
Io e lui. Solo io e lui senza fratelli. E lui che ammirava queste opere tridimensionali e gioiva. E fuori pioveva a dirotto. Sapete quei momenti perfetti? Ecco questo lo era. Per me e per lui ne sono sicura.
Curerò la tua passione mio Due. E' una promessa.
(Se passate da Como ve la consiglio davvero)
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mercoledì 31 ottobre 2012
BISOGNERA' PUR RIDERE.
I tempi sono cupi. Le giornate uggiose e fredde.
Una notizia però ha riscaldato le giornate ai miei gnomi.
La teacher ha dato il permesso all'Uno e ai suoi compagni di venire a scuola travestiti oggi, per festeggiare Halloween durante l'ora di inglese.
E' bastato questo per scatenare il delirio in casa.
Euforia a manetta. Prove costume con il saccone dei travestimenti fino a giungere a questo risultato:
Perchè poi scatta l'effetto catena. Se una cosa la fa uno, allora la fa l'altro e l'altro ancora.
Ma non è bastato questo.
Hanno pure cominciato a produrre a manetta pipistrelli, teschi e zucche, perché quest'anno mamma, facciamo a casa nostra la festa da Halloween.
E dunque ora scrivo solo due righe perché qui fervono preparativi.
Gli scettici di Halloween cominciano a tentennare. D'altro canto una cosa ho imparato nel mio viaggio negli Stati Uniti, cioè che loro amano divertirsi, è una cosa seria per loro il divertimento e ci si applica, mannaggia.
La nostra festa dei morti trasuda tristezza e cordoglio e penitenza ed espressione contrita. E per quanto ci stia tutto questo amalgama di sentimenti, non lo si può imporre ai bambini.
E' molto europea questa giornata. E come al solito tendiamo a guardare gli Stati Uniti come i vecchi genitori guardano dei bambini che corrono al cimitero. Sdegnati li riprendiamo mentre loro corrono semplicemente perché è bello sentire il rumore dei sassolini sotto le scarpe.
Una notizia però ha riscaldato le giornate ai miei gnomi.
La teacher ha dato il permesso all'Uno e ai suoi compagni di venire a scuola travestiti oggi, per festeggiare Halloween durante l'ora di inglese.
E' bastato questo per scatenare il delirio in casa.
Euforia a manetta. Prove costume con il saccone dei travestimenti fino a giungere a questo risultato:
Perchè poi scatta l'effetto catena. Se una cosa la fa uno, allora la fa l'altro e l'altro ancora.
Ma non è bastato questo.
Hanno pure cominciato a produrre a manetta pipistrelli, teschi e zucche, perché quest'anno mamma, facciamo a casa nostra la festa da Halloween.
E dunque ora scrivo solo due righe perché qui fervono preparativi.
Gli scettici di Halloween cominciano a tentennare. D'altro canto una cosa ho imparato nel mio viaggio negli Stati Uniti, cioè che loro amano divertirsi, è una cosa seria per loro il divertimento e ci si applica, mannaggia.
La nostra festa dei morti trasuda tristezza e cordoglio e penitenza ed espressione contrita. E per quanto ci stia tutto questo amalgama di sentimenti, non lo si può imporre ai bambini.
E' molto europea questa giornata. E come al solito tendiamo a guardare gli Stati Uniti come i vecchi genitori guardano dei bambini che corrono al cimitero. Sdegnati li riprendiamo mentre loro corrono semplicemente perché è bello sentire il rumore dei sassolini sotto le scarpe.
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lunedì 29 ottobre 2012
CLAUDIO MILANI ovvero VOCI maschili
Claudio Milani è un attore. Produce e mette in scena spettacoli per bambini.
Ieri pomeriggio tutta la famiglia MiV è andata allegramente a teatro.
Noi Milani lo amiamo molto. Abbiamo visto quasi tutti i suoi spettacoli. Lo abbiamo ospitato per la festa finale della scuola dell'infanzia.
Ieri presentava Voci. Dello spettacolo potete leggere in modo molto esaustivo qui nel suo sito, dove troverete anche delle schede didattiche con anche dei suggerimenti per delle attività da fare coi bambini.
Milani è bravo perché accende le storie che narra con delicatezza. Per chi lavora coi bambini, sa quanto sia difficile iniziare una storia, creare il silenzio senza zittire, agganciare gli sguardi di bambini anche molto piccoli. Lui lo fa con una naturalezza incredibile.
In pochi minuti la storia è già dentro di noi.
Milani è bravo perché ha stile e gusto. La scena estetica è curata in modo minimalista ed essenziale. Arriva puntuale allo spettatore, non ci sono orpelli. I suoi colori sono principalmente il nero (lui e lo sfondo) e il rosso che diventa il colore del sogno, del possibile, del buono, del risolutivo.
Milani è bravo perché è minimalista anche nella sua fisicità. Lavora sui piccoli particolari del corpo. Non giogioneggia, ma toglie toglie toglie tanto che un suo sguardo particolare fa ribaltare la platea dalle risate.
Milani è bravo perché è un narratore puro. La voce è la sua arma principale.
Una voce maschile, così affascinante per i bambini che hanno interlocutori per lo più femminili nella loro vita. La narrazione da voce maschile è molto bella. E' legata alla figura del padre che è al tempo stesso fonte di timore e di rassicurazione. Un orco con voce maschile terrorizza, ma allo stesso tempo quando la voce rassicurante del narratore risolve le storie, le paure si stemperano e i volti si distendono.
Ho visto molti spettacoli per bambini, ma mai ho assistito a eventi, come questo, che tenessero gli occhi di grandi e di piccini attaccati al palco così. Mai sentiti tanti genitori dirsi l'uno l'altro: "Hai visto? E' stato bellissimo!!" quasi dimenticando di aver portato il proprio figlio che satollo di storie adesso vuole solo le patatine.
Milani è bravo perché fonde i livelli, racconta cose ai bambini e cose ai grandi. Riesce a commuovermi sempre. Sempre. E a ben pensarci a me basta questo.
Ieri pomeriggio tutta la famiglia MiV è andata allegramente a teatro.
Noi Milani lo amiamo molto. Abbiamo visto quasi tutti i suoi spettacoli. Lo abbiamo ospitato per la festa finale della scuola dell'infanzia.
Ieri presentava Voci. Dello spettacolo potete leggere in modo molto esaustivo qui nel suo sito, dove troverete anche delle schede didattiche con anche dei suggerimenti per delle attività da fare coi bambini.
Milani è bravo perché accende le storie che narra con delicatezza. Per chi lavora coi bambini, sa quanto sia difficile iniziare una storia, creare il silenzio senza zittire, agganciare gli sguardi di bambini anche molto piccoli. Lui lo fa con una naturalezza incredibile.
In pochi minuti la storia è già dentro di noi.
Milani è bravo perché ha stile e gusto. La scena estetica è curata in modo minimalista ed essenziale. Arriva puntuale allo spettatore, non ci sono orpelli. I suoi colori sono principalmente il nero (lui e lo sfondo) e il rosso che diventa il colore del sogno, del possibile, del buono, del risolutivo.
Milani è bravo perché è minimalista anche nella sua fisicità. Lavora sui piccoli particolari del corpo. Non giogioneggia, ma toglie toglie toglie tanto che un suo sguardo particolare fa ribaltare la platea dalle risate.
Milani è bravo perché è un narratore puro. La voce è la sua arma principale.
Una voce maschile, così affascinante per i bambini che hanno interlocutori per lo più femminili nella loro vita. La narrazione da voce maschile è molto bella. E' legata alla figura del padre che è al tempo stesso fonte di timore e di rassicurazione. Un orco con voce maschile terrorizza, ma allo stesso tempo quando la voce rassicurante del narratore risolve le storie, le paure si stemperano e i volti si distendono.
Ho visto molti spettacoli per bambini, ma mai ho assistito a eventi, come questo, che tenessero gli occhi di grandi e di piccini attaccati al palco così. Mai sentiti tanti genitori dirsi l'uno l'altro: "Hai visto? E' stato bellissimo!!" quasi dimenticando di aver portato il proprio figlio che satollo di storie adesso vuole solo le patatine.
Milani è bravo perché fonde i livelli, racconta cose ai bambini e cose ai grandi. Riesce a commuovermi sempre. Sempre. E a ben pensarci a me basta questo.
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lunedì 22 ottobre 2012
LA TORTA FILOSOFICA
Le torte che vanno forte nell'anno del signore 2012 sono innanzitutto colorate.
Sono arzigogolate, difficili, astruse, creative, tematiche, multistrato.
Mi sono venute in mente l'altro giorno mentre giocavo a didò col Tre.
Nessuno me ne voglia. Ho parecchie amiche che ne sfornano di bellissime.
La mia è solo filosofia, prendetela così.
Sono arzigogolate, difficili, astruse, creative, tematiche, multistrato.
Mi sono venute in mente l'altro giorno mentre giocavo a didò col Tre.
Col pongo va forte la torta e così quando ho tagliato le fette mi sono venute in mente quelle vere che spesso sono così.
E da lì mi è partito il trip cogitabondo.
Ho pensato che quelle torte sono un gioco, per lo più. Solo che le facciamo noi grandi e dunque dobbiamo dare loro una parvenza di utilità e così trasformiamo il nostro 'pongo da grandi' in zucchero da colorare e plasmare. Il gioco fine a se stesso è finito con le scuole medie.
In secondo luogo ho pensato, en passant, che i coloranti dopo lo zucchero sono di fatto il secondo ingrediente e che un po', ammettetelo, queste torte hanno tutte lo stesso sapore (molto buono!).
Infine ho pensato che riflettono molto i nostri tempi. Molto lavoro d'immagine, marketing della torta, il trend del colorante. E poi gli studi che la precedono: qual è l'hobby del festeggiato? E' uomo o donna? Fa qualche sport?
E' divertente farla, penso. Forse più che mangiarla.
Infine parte l'ansia da competizione. Non si può fare sempre la stessa torta, ogni volta un colore in più, un piano in più, un bouquet intero, un bosco, la foresta amazzonica!
Non se ne esce più.
Insomma lo specchio dei nostri tempi.
La mia è solo filosofia, prendetela così.
venerdì 19 ottobre 2012
TUTTO CAMBIA DI CONTINUO
Per questo venerdì, homemademamma, ho scelto questo libro che mi è capitato in mano ieri in biblioteca. E' denso. L'abbiamo letto in un volo coi bambini affascinati e hanno voluto rileggerlo e rileggerlo.
In queste giornate nate da notti agitate e per molti insonni, questo libro, che parla di una bambina che non riesce a prendere sonno, è l'ideale.
Sono pensieri che nascono quando si è così, persi nel letto a guardare il soffitto con la lucina accesa. E ci si pongono le grosse domande, si seguono sentieri contorti che fanno camminare e vagare senza ricordare da dove si è partiti e dove si voleva arrivare.
E' un libro buio e nero ma al contempo così luminoso. Le poche parole sono accompagnati da illustrazioni mutanti.
E' su quello che si snoda il libro: il cambiamento, dal fiore all'umanità, tutto si muove:
Di notte le cose si muovono meno.
Dormono tutti. Gli animali, i fiori,
le persone. Tutti... tranne me.
Stasera non riesco a dormire.
Penso. Mi piacerebbe sapere che
cosa fa muovere tutto di continuo.
Cosa fa spuntare i fiori e muovere
le nuvole. Cosa fa crescere le mie
braccia, i miei piedi, le mie mani...
Che cos'è? E' qualcosa sotto terra?
E per tutti arriva il momento in cui il cambiamento sembra terminato e ci si scontra contro l'apparente immobilità.
Ma basta cambiare noi, la nostra prospettiva e il nostro sguardo...
Qui le prime tre pagine.
martedì 9 ottobre 2012
SUL VALORE DELLO SCARTO ovvero FABBRICONE 2
Il lunedì è sempre una giornata dura.
A volte inizia tranquillamente. Altre volte, tipo ieri, inizia con un figlio col mal di pancia e con un altro col mal d'asilo e tutto appare difficile.
Poi può succedere, sempre di lunedì, che un progetto che stavi portando avanti in una scuola venga bocciato per un motivo futile e infantile. A volte vivere troppo a stretto contatto coi bambini fa male, pensi.
Cosa fare?
Io penso alle cose belle che mi aspettano. Alle persone belle che vedrò, magari il giorno dopo. Se sono proprio messa male programmo il fine settimana. Di lunedì.
Ieri è stato un giorno così, messo male. Ma avevo una bella cosa alle 17. Un incontro con una psicopedagogista alla scuola dell'infanzia, un incontro sull'uso artistico degli oggetti.
Ci ha parlato del riciclo creativo e del riuso, degli atelier di Reggio Emilia .
Ci ha fatto vedere delle foto, ci ha fatto immaginare di poter buttare via tutti i giocattoli di casa e di poter attrezzare un atelier in casa. Insomma abbiamo un po' sognato.
Poi ci ha fatto un inciso, così prezioso per me.
Ha detto che riutilizzare il porta uova, il tubo della carta igienica, i tappi è una cosa ottima, ma che quegli oggetti hanno già una storia quando passano tra le mani di un bambino. Hanno un passato.
Lei ci ha parlato di una cosa che più di tutte aiuta un bambino: lo SCARTO INDUSTRIALE.
Lo scarto della plastica, quando si fanno le scatole, lo scarto delle bottiglie, del legno.
Lo scarto che non ha significato, che non vuol dire nulla, che non ha storia, che non ha nè aveva una funzione. Un filetto di plastica gialla, per esempio. Tanti filetti di plastica gialla. Un ovale grigio gobboso, oppure.
Ecco, quegli scarti senza storia costringono i bambini a creare dal nulla. Fanno ripercorrere loro quello che l'artista opera e cioè una creazione dal niente, da ciò che non sia altro che un pezzo insignificante di realtà.
Con la sola forza della propria immaginazione il bambino compie un atto artistico, ma soprattutto apprende mentre fa. Tocca, prova, sperimenta, aggiusta il tiro rispetto all'idea originale, cala nella realtà il suo magma immaginifico.
Apprendere, sentire, fare. Uniti e inscindibili.
Domenica era il mio compleanno e a questa riunione un'amica mi ha regalato un timbro e una matita. Come succede spesso tutto torna. I miei appunti li ho presi lì, perché in fondo sono stordita e non porto mai nulla con me per scrivere.
E così mi sono detta. Ok MiV, riparti da lì. Dagli scarti. Torna indietro prendi sù e lavora. Concediti il lusso di rifondare. Accogli lo scarto come un punto di partenza e scala. Butta via quello che c'è da buttare, ma i ritagli intorno tienili e ricostruisci.
PS: Intanto che io viaggiavo col pensiero, una ex-maestra della scuola raccontava estasiata cosa aveva visto in Bicocca a Milano. Così ho preso l'appunto e ho segnato il sito. Date un'occhiata. Lei aveva gli occhi che brillavano.
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mercoledì 3 ottobre 2012
COME FARE UNA GELATINA DI UVA FRAGOLA
Sono tornata alle merende.
Un po' perché l'uva fragola del nostro albero andava perendo lentamente. Un po' perché l'uva matura tutta in un botto ma ti fa correre in bagno appena superi la dose giornaliera consigliata. Un po' perché il Tre adora la gelatina e io non gliela faccio quasi mai. E dunque oggi ho prodotto.
INGREDIENTI:
Un po' perché l'uva fragola del nostro albero andava perendo lentamente. Un po' perché l'uva matura tutta in un botto ma ti fa correre in bagno appena superi la dose giornaliera consigliata. Un po' perché il Tre adora la gelatina e io non gliela faccio quasi mai. E dunque oggi ho prodotto.
INGREDIENTI:
- 400 gr di uva fragola
- 4 cucchiai di zucchero integrale di canna
- 4 cucchiai di acqua
- 200 ml di succo (pera o mela)
- 2 cucchiaini di agar-agar
PROCEDIMENTO:
Sgranare l'uva e lavarla.
Metterla nel mixer con lo zucchero e l'acqua tipo così:
Accendere e frullare.
Prendere un colino e passarla. Oh quanto mi è piaciuta questa trasformazione. Da un elemento composito e grumoso a quel liquido puro, liscio. Bello.
Infine mettere il succo in un pentolino e aggiungere a freddo l'agar-agar. Far bollire mescolando per circa cinque minuti. Alla fine unire i sue succhi, mettere negli stampini, mettere in frigo e attendere.
Questo il risultato.
E' una foto tonta perché me lo stavo mangiando tutto quando mi sono ricordata del post al volo e dunque la foto è quella che è. Ma vi assicuro che il risultato è eccezionale e il profumo ancor di più.
venerdì 28 settembre 2012
SUL SENTIERO DI GUERRA
Mi capita spesso, cara Paola, di unire più avvenimenti casuali della mia vita e di tirarne delle conclusioni. O meglio. Capita spesso che due avvenimenti lontani tra loro, improvvisamente si avvicinino e donino alle cose una luce diversa.
Mi spiego.
Sto leggendo questo libro:
SUL SENTIERO DI GUERRA
Scritti e testimonianze degli Indiani d'America
a.c. di C. Hamilton
La storia dei nativi americani è una passione che coltiva da molti anni il K., a cui si è avvicinato molto l'Uno e dunque mi sono cimentata.
Questo libro racconta la loro vita. Le regole della tribù, i giochi da bambini (il gioco del 'far finta di essere un bianco' con le corteccie di betulle a simulare il cotone), la caccia al bisonte, la religione, i cavalli...
E' molto scorrevole, piacevole e divertente a tratti nel constatare come gli indiani di prateria e quelli di bosco fossero stati diversi, un po' come l'uomo bianco di campagna e di città.
E me, non so perché ha incuriosito molto l'aspetto della caccia e dell'utensileria. Loro, così a impatto zero, per usare un termine del nuovo millennio.
Gli animali erano sacri e più erano feroci e più si veneravano: lupi, orsi, bufali.
Il passo dell'uomo verso la maturità passava dall'uccisione del bufalo. Una volta ucciso il sangue veniva versato nella terra per ringraziarla, le ossa venivano usate per le armi e i coltelli, i tendini venivano usati come spaghi per cucire e pescare.
E mentre si portava al tipì la preda, si ringraziavano gli dei della natura.
Cosa accade mentre leggo questo libro?
Una proposta per l'Uno: un laboratorio di archeologia sperimentale. Uso del fuoco, utilizzo degli arnesi di caccia, pittura rupestre... A seguire un laboratorio per i grandi con preparazione del fuoco, macellazione attraverso la selce, utilizzo dei tendini e infine creazione di un ago.
Oggi mi chiamano dicendomi che tutto è annullato. Il sindaco ha procrastinato l'evento. I naturalisti (?) insorti tramite FB hanno urlato all'orrore.
Sono rimasta sbalordita per due cose.
La prima, e lo dico da compagna di un vegetariano, è per lo scollamento che noto in queste prese di posizione nette, totalmente antidemocratiche e violente che noto in alcuni e sottolineo alcuni animalisti.
Avevo a suo tempo parlato del Dilemma dell'onnivoro in cui in sostanza si dice che mangiamo troppa carne e lottiamo perché non se ne mangi più in modo ugualmente distorto. Abbiamo perso il senso dell'odore della carne, non ci ricordiamo più che i muscoli grondano sangue perché l'industria ce li ha ripuliti. Ma allo stesso tempo siamo cittadini che vedono l'animale come un idolo isolato e lontano.
Lo so, animalisti, che non siete tutti così, ma a volte ho l'impressione che certe prese di posizione siano ideologiche.
Rimettere le mani nel sangue, come facevano gli indiani, ci riporta ad una sacralità. Non si vede l'animale solo come fonte di cibo, ma si riscopre un atteggiamento di riverenza che è quello che anche nei confronti delle piante, a noi manca.
E in secondo luogo ho l'impressione che qui da noi smuova più un animale macellato che un festino di politicanti con le maschere di maiale in testa. E questo, davvero, lo trovo incredibile.
Finisco con una citazione del libro che non si può non condividere:
V'era una grande differenza nell'atteggiamento degli indiani da una parte e dei caucasici dall'altra, verso la natura: una differenza consistente nel fatto che gli uni erano portati a conservare, e gli altri a distruggere la vita. L'indiano, non meno di tutti gli altri esseri che nascono e crescono, era nutrito dalla madre di tutti, la Madre Terra. Egli si sentiva quindi consanguineo di tutte le cose viventi e concedeva a tutte le creature i suoi stessi diritti. Ogni cosa, sulla faccia della terra, era oggetto di amore e di rispetto. La filosofia del caucasico, invece, era questa: "Le cose sulla terra sono terrene," cose dunque da tenere in non cale e da disprezzare.
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