giovedì 19 aprile 2012

ANDARE COL 12 E TORNARE COL 14.

Per la mia famiglia l'evento del Salone del Mobile è come un matrimonio.
Un matrimonio che dura una settimana.
Tutto si ferma. Ci si veste bene. Si prenota il catering. E via discorrendo.
E' divertente né... ed è anche bello vedere il fervore delle produzioni e anche che in questo settore, scusate, noi italiani siamo davvero i numeri uno.
Poi, succede che anche il mio scalchignato Mac vada in fiera, solo che lui si ferma a dormire e dunque che io rimanga senza protesi digitale.
Succede anche che per una serie lunga di coincidenze, io debba prendere un mezzo per spostarmi da quasi fuori Milano a centro Milano.

E così sono lì, in mezzo a una piazza che in realtà è una grandissima rotonda.
Ecco, chiedo a lui... No! E' al telefono e non parla italiano. La signora no, che la bimba piange. Ah, ecco! L'ottantenne con le perle al collo, il paltò e la borsetta.
"Scusi signora, la metropolitana?"
"Ecco, la metro eh?"
Cioè come a dire:
"Non è che perché siamo a Milano mi puoi chiedere il panettone a ferragosto!"
Allora io esplico:
"Devo andare in Duomo!"
"AH!! Il 12! Deve prendere il 12! Che peccato. E' appena passato... Vada là, prende il biglietto lì, poi si ferma là e lo prende, veda lei quale perché passa anche il 14..."
"Grazie signora!"
"Prego e auguri!"
Auguri. Auguri?
Beh, comunque bello prendersi un auguri così, a gratis, penso.

Oh, biglietto preso. Ce l'ho in mano. No, non lo metto via, lo devo obliterare, poi non lo trovo se lo metto in borsa.
Mi si avvicina un'altra ottantenne col paltò e la borsetta. Ma senza perle.
Mi fa vedere un opuscolo che conosco:
"Cosa mi dice del seguire la strada di Dio..."
La butto sul ridere:
"Guardi sono molto in ansia in questo momento per la mia di strada..."

Il 12 mi salva dal suo sguardo severo. Salgo


E' di quelli vecchiotti e scrostati. Traballa. Oblitero. Mi siedo. Studio. Ok, ho capito, non dovrei sbagliare nel scendere. Tengo il biglietto in mano. Che non si sa mai.
Nel mio vagone (ma si chiama così anche quello del tram?) sono tutti stranieri, per lo più cinesi, o comunque asiatici. E infatti entriamo in Cina, negozi di vestiti dappertutto, poi strani negozi di alimenti e poi ancora vestiti. Le vetrine coi manichini senza testa, oppure pacchi e pacchi di vestiti ancora chiusi. Chinatown, scrive google maps. Già. Scendono i miei compagni di viaggio e cambiano. Zona Arena. Via Orefici mi pare di leggere. Mi volto e due ragazze bellissime e piene di pacchetti salgono e si siedono dove prima c'era il ragazzo cinese che nervoso faceva ballare le gambe. Salumerie, bar, vestiti, tutto è perfetto, perfettamente milanese nel senso più stereotipato.
Controllore. Lo sapevo!! Ecco! L'ho in mano il biglietto, vede che provinciale previdente sono...
"Meno male che la manifestazione è dietro..." dice al collega.
Mi volto e a pochi metri dal tram, un'enorme macchia indistinta di persone con bandiere rosse e al collo avanza.
Scendo.

E il ritorno?
Ho il 14, è nuovo.
Di nuovo passo per la scorciatoia sociale, ma in senso opposto. Dalle stelle alle stalle. Il tram ti permette di vedere nel riflesso degli occhi di chi sale il mondo da cui viene, che poi è quello che c'è fuori dal finestrino.
Nel tram verde i sedili non guardano tutti avanti (verso un futuro migliore?), ma si guardano l'uno con l'altro frontalmente. Entro e di nuovo tutti stranieri. Mi siedo vicino a una ragazza asiatica che scende, subito rimpiazzata da un'italianissima cinquantenne. Noto che man mano che le persone salgono, si siedono nella fila di sedili che gli corrisponde e cioè, banalmente, italiani di quà e tutto il resto del mondo di là.
Solo i ragazzi di un liceo lì vicino scompiglia per poche centinaia di metri le carte, poi tutto torna normale. Il signore al mio fianco ha il cappello e fa il sudoku. I due davanti a me sono grossi e guardano malissimo i ragazzini che incautamente li hanno sfiorati. Tutto il gruppo di quindicenni scala di uno.
E io penso che è bello il tram. E che comunque a me Milano piace. Ma da buona provinciale, penso che non vorrei proprio viverci.
Scendo. Ho ancora il biglietto in mano. Il controllore questa volta non è passato.

mercoledì 4 aprile 2012

QUELLO CHE NON HO

Quello che non ho sono le scarpe coi tacchi.
Quello che non ho è l'ottimismo a pacchi.
Quello che non ho è la pazienza riparatrice.
Quello che non ho è la pausa in lavatrice.
Quello che non ho è l'appuntamento con la parrucchiera.
Quello che non ho sono gli occhi di una pantera.
Quello che non ho è l'anima in pace.
Quello che non ho è quello di cui non son capace.
Quello che non ho è un sorriso smagliante.
Quello che non ho è una memoria d'elefante.
Quello che non ho è un pranzo di lavoro.
Quello che non ho sono le voci di un coro.
Quello che non ho sono le borse coordinate.
Quello che non ho sono le mani affusolate.
Quello che non ho sono gli aperitivi fumosi.
Quello che non ho sono i capelli frondosi.
Quello che non ho è di farla franca.
Quello che non ho è quel che non mi manca.



Buona Pasqua.


lunedì 2 aprile 2012

CONTRO I 60-70ENNI. LETTERA APERTA.

Sì. Ho i capelli girati dall'altra parte. C'è il vento e lo odio. C'ho saturno contro. Mettetela come volete, ma lo so, mi accorgo di essere polemica. Sapete, la primavera è l'epoca del cambiamento, delle rinascite, no? E' il periodo in cui le cose uguali a se stesse riemergono sempre leggermente diverse rispetto all'anno passato. E' questo forse il suo lato spaventoso e meravigliosamente rivoluzionario.

Davanti a quest'esplosione eruttiva di verde fiori e foglie, ho pensato alla generazione più monolitica che io abbia mai incontrato nella mia vita: quella dei 60-70enni.

Loro sono la generazione che per la prima volta nella storia, ha guadagnato in media più del doppio dei propri genitori, ma anche la generazione che vedrà i propri figli guadagnare la metà di quello che hanno guadagnato loro. Sono la generazione che ha 'combattuto' tra la fine degli anni sessanta e la fine dei settanta per noi. Per noi?! Per la rivoluzione sessuale? Per l'emancipazione della donna? Per una scuola più equa? Per la meritocrazia?
Viviamo in un paese sottosviluppato quanto a emancipazione. La scuola è allo scatafascio e nella fretta di distruggere tutto ciò che è autorità, hanno distrutto anche ciò che andava salvato: l'autorevolezza.
Sono stati quelli che ci hanno detto di assassinare i padri e adesso sono quelli che sui giornali ci dicono che noi genitori siamo troppo permissivi, molli, manchiamo di autorità.

Sono quelli che a noi 35-40enni dicevano fossimo la generazione X: smidollati senza ideali, senza aneliti, sfiduciati...
Invece abbiamo sbagliato! Dovevamo fare come loro, incancrenirci nelle nostre pseudo-certezze, come hanno fatto loro per anni. Diventare dei monoliti, ma pensando in modo bidimensionale: questo è buono, quello è cattivo; questa è la destra, quella è la sinistra; qui c'è il giusto e là lo sbagliato. In effetti è vero. E' più facile vedere la realtà così. Cavolo ecco il segreto, l'appiattimento superficiale della complessa realtà. Ed è anche più semplice vivere in un mondo così, no?

Sono quelli che ai ventenni di oggi dicono di essere degli sfigati, mammoni. Che è un po' l'abbrutimento di quello che dicevano a noi. Di nuovo giudicando dall'alto, come se il fatto di aver avuto vent'anni negli anni sessanta-settanta, li rendesse per partito preso abili a sparlare di queste sfigate generazioni a venire.
Come se noi fossimo usciti dal nulla e non dalle loro viscere.
E sì, signori, qualche sfigato ci sarà pure tra noi 35enni e 20enni. Ma state tranquilli che anche tra di voi qualche testa balenga c'era.

I sessanta-settantenni sono quelli che ci governano. Non ne posso più delle loro cravatte. Dei capelli grigi. Dei "gli anni della mia formazione"... Non ne posso più di quei Professori, di quei Dottori, di quegli Scrittori, di quei Giornalisti. Pare che la loro missione sia pontificare senza mai un cenno di analisi, ma che dico analisi, mi farebbe contenta anche solo un po' di ironia.


Sono stufa delle dita puntate. STUFA! E come dice Mons. Bettazzi, ricordiamoci che quando si giudica e si punta l'indice contro un altro, un dito indica, uno guarda in alto mentre le altre tre dita guardano colui che giudica.

Loro sono una specie rara. Ogni primavera si risvegliano dal torpore e rinverdiscono, rifioriscono. Ma quella foglia là era identica a quella dell'anno scorso, e anche quel fiore rosso aveva lo stesso petalo sciupato. Ogni foglia sempre uguale a se stessa, la linfa stanca ripercorre lenta la stessa identica strada anno dopo anno. I rami non tendono più al cielo sdoppiandosi, ma rimangono lì immobili. Fieri della posizione conquistata.

venerdì 30 marzo 2012

DALLA PARTE DEL LUPO

La storia di Cappuccetto Rosso, cara homemademamma, si sa, insegna che non bisogna lasciare la retta via, perché se no il lupo ti mangia.
Sagge parole, senza dubbio.
Il Tre quando ha paura e si trova da solo in camera mi dice che c'è il lupo, quindi il suo lavoro lo fa questa  piccola storia.
Eppure a me quel lupo lì, più che paura ha spesso fatto pena. In fondo non è colpa sua, pensavo, se a lui piacciono i bambini. Ero già nella mia deriva timburtiana...

Oggi due libri per bambini dalla parte del lupo.

SIGNORINA SI-SALVI-CHI-PUO'
di P. Corentin
Babalibri, 2000


Una bambina dispettosa, che continua a fare scherzi a tutti, viene mandata dalla mamma a portare la focaccia dalla nonna. Ma appena entra la dispotica bambina non trova la nonnetta, ma un grigio e impaurito lupo...
In rima.

IO, IL LUPO E I BISCOTTI AL CIOCCOLATO
di D. Perret
Logos, 2012


Se foste un bambino che torna da scuola e trovaste lì accasciato per terra un lupo depresso perché non fa più paura a nessuno, cosa fareste?
Questo bambino ha deciso di nasconderlo nell'armadio e di insegnargli tutto quello che un lupo degno di tale nome deve fare. Riuscirà?
Intanto il lupo si sbafa di biscotti, al cioccolato naturalmente.
Fumettoso.


Qui e qui le prime tre pagine.
W i lupi.


giovedì 29 marzo 2012

SUI COMPITI

Ieri ho letto un sacco sulla querelle compiti a casa.
Tutto è partito da questo articolo del Corriere in cui si parlava di molti genitori francesi che hanno lanciato il boicottaggio dei compiti a casa.
Ora, giusto per onor di cronaca, in Francia, dal 1956 sarebbe vietato dare compiti alle scuole elementari.
Ma il punto è? Io come vivo i compiti a casa dell'Uno?


Dunque, facciamo un passo indietro.
Quando io andavo alle elementari, mia mamma lavorava tutto il giorno.
Mio papà mi veniva a prendere alle 12.30, pranzavo a casa e poi alle 14 andavo da mia nonna e ci stavo fino a sera. Ricordo perfettamente che la prima cosa da fare erano i compiti, non si scappava. Li facevo da sola e poi mia nonna li controllava.
Non ho avuto turbe da compiti. Ogni tanto ci provavo a dire dopo anche se sapevo che la battaglia era inutile. Punto.

E ora?
Uno ha i compiti quando non ha i pomeriggi di rientro. Non sono molti e anch'io glieli faccio iniziare intorno alle 14.30. Lui preferisce avermi intorno, io preferirei stargli con il fiato sul collo, ma faccio uno sforzo su me stessa e me ne vado. Deve farli da solo.
Sì, un po' mi esaspera il fatto che 15 addizioni le faccia in un'ora, perché prima deve temperare la matita, poi si ricorda che ieri fuori c'era un bel fiore, poi si ferma immobile con la penna a mezz'asta guardando nel vuoto (e no, non sta pensando alla semiotica della lingua italiana), poi mi racconta che oggi a scuola....
E io penso, che se lui li fa in un quarto d'ora i compiti, poi... Poi? Poi cosa? Ma non è bello, a casa farsi i compiti in un'ora? Perché bisogna correre...
Sì, anch'io mi ripeto, cara Vegetti Finzi, che la noia è importante, ma spesso non la riconosco. 

E poi è tanto vera anche quella frase dell'articolo del Corriere in cui si dice che si vuole una scuola narcisista, "luogo di non compiti e doveri, ma gratificazioni e piacere".
E' vero che spesso noi genitori desideriamo una scuola che sia al nostro personale cospetto, che venga incontro alle nostre esigenze, che ci capisca, che sia, in effetti, una nostra succursale.
Questa forse è l'idea sbagliata, vedere la scuola come l'estensione delle mura di casa.

lunedì 26 marzo 2012

COME DIVENTARE UN ESPLORATORE DEL MONDO A BOLOGNA

Come molte cose che, per me, partono dal web, l'inizio è stato generato dalla Stima: mi manda un simpatico link e io mi dico e no! Lì devo proprio andare.
E così entriamo, in onore di Come diventare un esploratore del mondo...
E ammiriamo.


Un vecchio televisore con un antico paio di cuffie rimanda le immagini della loro via preferita, e le parole e i suoni e i rumori.
Oggetti arrugginiti-faccette lo sovrastano. E poi scatole nere da annusare e da sbirciare. Colori catalogati, fino a quel quaderno in alto a destra con i disegni dei bambini di una scuola che hanno riproposto le loro torri bolognesi.


Oggetti abbandonati nelle vie cittadini, accolti e rivestiti di una nuova promessa di vita.
E poi un quadernetto appeso: le esplorazioni a bassa risoluzione. Quelle che piacciono a me, più di tutte, quelle segnate velocemente e custodite nel solito piccolo quaderno che vive nelle profondità più recondite delle mie e sono sicura delle vostre borse.
Quei piccoli tesori che si consumano di contenuti e segni strani e che raccolgono e testimoniano il nostro essere al mondo. Quanti ne ho nascosti in piccole scatole? Decine, penso.

E poi ripartire e gironzolare e ricordarsi ogni minuto dei due anni passati lì. E le corse in bici che la lezione era iniziata e là che ho incontrato Dalla e lì che mangiavo il gelato e ancora dietro l'angolo dove ammiravo i tortellini che costavano troppo perché i soldi dei miei dovevano durare tutto il mese. Per orgoglio, più che per altro.

E girare l'angolo e ritrovarsi in un negozio che avevo studiato da casa. Ma viverlo come una sorpresa.
E capire che la felicità è un sentimento strano, che ti appare nel piccolo immediato momento in cui ti accade e che poi ti si ripropone tempo e tempo dopo, ripercorrendo una via, svoltando l'angolo, rigustando un gelato.



venerdì 23 marzo 2012

BOLOGNA ovvero DI ALTRE FIERE

Ieri alla Fiera di Bologna, cara homemademmama, ho comprato questi libri:


Qui le prime tre pagine!



Poi... I portici. Il gelato. Il Nettuno. Le torri. Via Zamboni.



Da domani sulle Prime Dieci Righe ve li racconto tutti.
Adesso ho solo bisogno di ricordare il profumo del venticello e quei colori...

giovedì 22 marzo 2012

UN FIERONE 'GIUSTO' ovvero SULLA SCUOLA STEINERIANA (e su quella pubblica)

PREMESSA
Mangiamo bio al 90%.
Giochiamo con giochi che siano il meno possibile plasticoni.
Moderiamo l'uso della televisione, del computer e di tutto quello che è tecnologico, ai bambini. E con in casa uno di otto anni è dura. Altro che.
Andiamo a Natale al Bazar della Scuola Steineriana.
Mi confronto con chi conosco sulle loro attività.
Apprezzo moltissimi aspetti dell'impianto pedagogico di Steiner (su una minima parte ho delle cose da eccepire, ma sono, appunto, una minima parte).
Abbiamo letto i libri:


SVOLGIMENTO
Mi arrivano inviti di amici che mandano alla Steineriana i loro bimbi dicendo di partecipare alle loro animazioni che si terranno a Fa' la cosa Giusta a Milano.
Al momento mi son detta ehi bello però, vediamo cosa propongono....
Poi però ho realizzato che in quel contesto forse qualcosa strideva. Mi sono detta che qui si parla di cose giuste da fare, di azioni che aiutino, di "un sistema di relazioni economiche e sociali che pone l'uomo e l'ambiente al centro, cercando di coniugare sviluppo con equità, occupazione con solidarietà e risparmio con qualità", come dice il sito. Dov'è l'equità della scuola steineriana? Dal momento in cui l'accesso non è equo, un po' tutto si scioglie... 
Ieri sera ho ascoltato un dibattito dove c'erano Cacciari e Bettazzi. Hanno parlato, appunto, di giustizia e dunque di equità. E Cacciari citando Aristotele ha detto che il filosofo greco intendeva l'equità come la possibilità di dare a TUTTI accesso al meglio. 
Ci sono diversi livelli di "giustezza", a mio parere. Ci sono cose più giuste di altre. Se con giustizia si può intendere quello che dice il Sabatini Coletti e cioè: "Principio morale, virtù, consistente nel dare a ciascuno il dovuto, nel giudicare con equità", allora l'unica scuola che può offrire questo è quella pubblica, perché non guarda ai mezzi economici né a quelli culturali né a quelli fisici nell'offrire il proprio sapere indistintamente, magari non al meglio, chi lo nega, ma spesso tentando l'impossibile.
E quindi ecco il perché del mio stridore iniziale. Ecco, mi sono detta in sostanza, forse non è quello il luogo migliore per pubblicizzare la pedagogia steineriana. Perché andare ad una Fiera? Una Fiera di CONSUMO critico. Dove ci va chi vende? E' per vendere la pedagogia steineriana?
Ribadisco, per evitare di farmi capire male. Nel migliore dei mondi possibili, PER ME, la scuola pubblica sarebbe per sua costituzione, la scuola giusta, però non vivo nella periferia della periferia di una megalopoli e non so lì com'è oggi la scuola pubblica, in che stato versi, se comatoso o moribondo. 

CONCLUSIONE
La penso come Stima di Danno, che a suo tempo qui e ieri qui, ha speso due parole sulla fiera.
E nella sostanza delle cose la penso come Bettazzi, Cacciari e, scusate, Aristotele che definiva il concetto di giustizia come legato alla cura dell'altro. E per altro, ha chiosato Cacciari, si intende l'altro da me, quello che da me è diverso. E questo è un valore che insegna solo una scuola.

mercoledì 21 marzo 2012

SULLA CURA ovvero I PARTICOLARI

Il brutto è che i nostri figli non passeranno per più volte davanti alla buca delle lettere aspettando qualcosa per loro che non sia la pubblicità del nuovo centro ricreativo-gonfiabile-dieci-euro-tutto-compreso.
Con tutta probabilità non possederanno nemmeno della carta da lettere. Oggi così difficile da trovare.
Non conosceranno quella gioia che nasce dal vedere una lettera scritta a mano sbucare dalla fessura. No, non lo capiranno com'è.

Come oggi. Quando mia suocera con la solita dolcezza mi ha detto, ma questa è tua?
Avevo lasciato il suo indirizzo, perché lei a casa ci sta, al contrario di me. E ci tenevo che quella lettera avesse qualcuno a casa che l'aspettasse quando sarebbe arrivata.
L'ho aperta veloce e l'ho gustata appieno.
Poi ho cominciato a scoprire i particolari:


E ho guardato come era scritto l'indirizzo, quanto fosse bello l'amico del francobollo. E mi immaginavo il mittente alla scrivania, con i raggi che toccavano la penna e lei che in silenzio scriveva.
E il contenuto l'ho subito appeso. Perché è il tema dei nostri giorni questo. Di quello che stiamo vivendo, quelle sono le parole che usiamo di sera, dopo cena, prima che il K. riparta per continuare quel cammino.


Cosa farebbe la democrazia?
E' una domanda importante. Così fondamentale da dovercela fare ad ogni bivio che incontriamo, ad ogni muro da superare.
La politica è cura. Anche. Cura dei dettagli, amore per i particolari.
Me ne sono ricordata stasera, mentre studiavo questo regalo.


Grazie,

martedì 20 marzo 2012

E' UN MASCHIO

Passo molta parte della mia giornata a dire così alla maggior parte della gente che incrocio quando sto con l'Uno.
Vi spiego come è andata.
L'Uno ha sempre avuto dei bei capelli. Tanti. (E per me che ne ho due, non è da poco). E biondi. Ma quel biondo che si placa d'inverno e s'accende in estate. Sembra che i raggi gli si poggino in testa così, a caso.
Dunque tagliarli con il rasoio no. Non ce la potevo fare.
Intorno ai sei anni gli ho detto: "Ma perché non li teniamo un po' più lunghi?".
Non l'avessi mai fatto.
Non li ha più voluti tagliare.
E ora ha quasi otto anni.


I maestri lo hanno costretto al codino a scuola. Ed è stata dura. Perché per lui coda = bambina.
Guarda con sufficienza chi (tutti) gli dice che pare una bambina. Ma per fargli accettare la coda c'è voluto un mese.
Le maestre lo hanno aiutato. Al primo che ha osato prenderlo in giro, una l'ha ripreso in modo deciso e l'altra ha detto che anche suo figlio ha i capelli lunghi, e allora? E il silenzio che a quel punto è calato è stato rotto solo dal rumore delle cicale. E lui si è sentito protetto. Tant'è che la coda sì, ma solo a scuola.

Cosa penso io?
Penso che una tagliata non ci starebbe male. Penso anche che per avere otto anni, il figliolo è sicuro di sé, o perlomeno non gliene importa una cippa di quello che pensano gli altri. E questo nella vita aiuta.

Ma se continuerà ad opporsi nel taglio dei capelli, noi lo costringeremo a cambiare idea?
E' questa più che altro la domanda che mi assilla. E' giusto fargli cambiare idea, trovare lo stratagemma per fargli tagliare i capelli solo perché... perché? Non so.
Forse è il suo modo per sentirsi diverso ed essere riconosciuto. Ma questo forse non è una brutta cosa, no?
E' sereno in quel cammino. E noi cerchiamo al meglio di rispettarlo.



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