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lunedì 21 ottobre 2013

COME FARE STELLINE DI LEGNO (SENZA COLLA)

Mi impongo la disciplina ferrea della manualità.
Che possa essere la mia salvezza.
Dall'autunno traballante. Dal freddo-caldo opprimente. Dalla velocità vorticosa grazie alla quale siamo già al 21 ottobre. Dal cielo grigio perché, come dice Buzzati: "In certi giorni di settembre, sotto alle nuvole temporalesche, non è poi detto che certe cose non possano avvenire".

I temporali ci hanno devastato le betulle, spezzando rami.
Tutti tesori, certo.
Ma di quei rami sottili e un po' mollicci che fare?
E girovagando ho visto queste stelle. Non riesco più a trovare il link, ma appena riesco lo metto. Ho un ricordo vago e penso di non aver nemmeno letto (era statunitense) il testo. Ma mi è bastata l'immagine.

Prendere un ramo flessuoso di betulla, di 5-7 mm di circonferenza, lungo un metro circa e piegarlo in 5 punti. Si spezzerà probabilmente, ma non del tutto. Bene, fate di quel "ma non del tutto" la vostra salvezza, un po' come nella vita no? Aggrappatevi a quella forza divina che lo tiene insieme e con della rafia, se serve, dategli solidità. Ma non pensate, quei micro-frammenti di legno unito, sono più solidi di quanto non appaiano. Fidatevi di loro dunque e andate in soccorso dei punti in cui c'è davvero bisogno.

Questa è stata la mia prima stella:


Io ho provato vera gioia nel realizzarla. Soprattutto nell'evitare l'uso della colla.
Non mi sono messa a pensare che fossero natalizie, in realtà per me erano un regalo all'autunno.


Si può anche fare una ghirlanda naturalmente, ma a me hanno dato più soddisfazione singole. Le ho distribuite nella casa, le ho distribuite ai bambini.
E poi, ecco, un omaggio a quella stella cadente che ho visto a luglio... una storia lunga, tra me e lei.


venerdì 28 settembre 2012

SUL SENTIERO DI GUERRA

Mi capita spesso, cara Paola, di unire più avvenimenti casuali della mia vita e di tirarne delle conclusioni. O meglio. Capita spesso che due avvenimenti lontani tra loro, improvvisamente si avvicinino e donino alle cose una luce diversa.
Mi spiego.

Sto leggendo questo libro:

SUL SENTIERO DI GUERRA
Scritti e testimonianze degli Indiani d'America
a.c. di C. Hamilton



La storia dei nativi americani è una passione che coltiva da molti anni il K., a cui si è avvicinato molto l'Uno e dunque mi sono cimentata.
Questo libro racconta la loro vita. Le regole della tribù, i giochi da bambini (il gioco del 'far finta di essere un bianco' con le corteccie di betulle a simulare il cotone), la caccia al bisonte, la religione, i cavalli...
E' molto scorrevole, piacevole e divertente a tratti nel constatare come gli indiani di prateria e quelli di bosco fossero stati diversi, un po' come l'uomo bianco di campagna e di città.

E me, non so perché ha incuriosito molto l'aspetto della caccia e dell'utensileria. Loro, così a impatto zero, per usare un termine del nuovo millennio.
Gli animali erano sacri e più erano  feroci e più si veneravano: lupi, orsi, bufali. 
Il passo dell'uomo verso la maturità passava dall'uccisione del bufalo. Una volta ucciso il sangue veniva versato nella terra per ringraziarla, le ossa venivano usate per le armi e i coltelli, i tendini venivano usati come spaghi per cucire e pescare.
E mentre si portava al tipì la preda, si ringraziavano gli dei della natura.

Cosa accade mentre leggo questo libro?
Una proposta per l'Uno: un laboratorio di archeologia sperimentale. Uso del fuoco, utilizzo degli arnesi di caccia, pittura rupestre... A seguire un laboratorio per i grandi con preparazione del fuoco, macellazione attraverso la selce, utilizzo dei tendini e infine creazione di un ago.

Oggi mi chiamano dicendomi che tutto è annullato. Il sindaco ha procrastinato l'evento. I naturalisti (?) insorti tramite FB hanno urlato all'orrore.

Sono rimasta sbalordita per due cose.
La prima, e lo dico da compagna di un vegetariano, è per lo scollamento che noto in queste prese di posizione nette, totalmente antidemocratiche e violente che noto in alcuni e sottolineo alcuni animalisti.
Avevo a suo tempo parlato del Dilemma dell'onnivoro in cui in sostanza si dice che mangiamo troppa carne e lottiamo perché non se ne mangi più in modo ugualmente distorto. Abbiamo perso il senso dell'odore della carne, non ci ricordiamo più che i muscoli grondano sangue perché l'industria ce li ha ripuliti. Ma allo stesso tempo siamo cittadini che vedono l'animale come un idolo isolato e lontano.
Lo so, animalisti, che non siete tutti così, ma a volte ho l'impressione che certe prese di posizione siano ideologiche.
Rimettere le mani nel sangue, come facevano gli indiani, ci riporta ad una sacralità. Non si vede l'animale solo come fonte di cibo, ma si riscopre un atteggiamento di riverenza che è quello che anche nei confronti delle piante, a noi manca.

E in secondo luogo ho l'impressione che qui da noi smuova più un animale macellato che un festino di politicanti con le maschere di maiale in testa. E questo, davvero, lo trovo incredibile.

Finisco con una citazione del libro che non si può non condividere:

V'era una grande differenza nell'atteggiamento degli indiani da una parte e dei caucasici dall'altra, verso la natura: una differenza consistente nel fatto che gli uni erano portati a conservare, e gli altri a distruggere la vita. L'indiano, non meno di tutti gli altri esseri che nascono e crescono, era nutrito dalla madre di tutti, la Madre Terra. Egli si sentiva quindi consanguineo di tutte le cose viventi e concedeva a tutte le creature i suoi stessi diritti. Ogni cosa, sulla faccia della terra, era oggetto di amore e di rispetto. La filosofia del caucasico, invece, era questa: "Le cose sulla terra sono terrene," cose dunque da tenere in non cale e da disprezzare. 



mercoledì 7 marzo 2012

SULLA POLITICA ovvero LA RICERCA DELLA FELICITA'

Questo è il manifesto da cui partire. E MelaBlu,  ElleDi e Maria, sono le artefici della scoperta, traduzione e diffusione dello stesso.


Questa è una settimana strana, dove la politica, anzi la Politica entra prepotente nei miei meandri, nella mia testa e nel mio cuore
Chi segue da un po' questa mia casetta virtuale sa benissimo che noi siamo dentro la politica fino al collo.
La politica in senso stretto e in senso lato.
Questo manifesto l'ho condiviso con il K. che non l'ha ancora studiato per benino ma che me l'ha fatto salvare sul suo desktop. E non è poco. Tipo che solo pochi eletti .doc raggiungono un tale ambito posto.
Nella sua veloce lettura e cercando di capire se potessimo in qualche modo usarlo per l'imminente campagna elettorale, ma ha detto che no, è troppo difficile, è per pochi, bisogna estrapolare.



Sì, è vero. E' un po' difficile, ma è giusto che sia così. Perché la realtà è complessa e difficile e ridurla ma al contempo comprenderla è davvero un ardito compito.
E se poi include il concetto di felicità, beh, allora tutto diventa esponenzialmente più arduo.
K. ci perde la testa. E gli sta dedicando ogni minuto del suo tempo libero, anche a scapito della sua famiglia. Io sono arrivata addirittura a sognare una vita più ritirata per lui e per noi...
Ma niente. La sua biblioteca esplode alla ricerca di una risposta definitiva che con molte probabilità non arriverà mai.


Poi un giorno torna da un liceo dove aveva fatto un intervento nelle classi e mi racconta.
Prima di andare aveva portato l'Uno a scuola materna. E una maestra lo informa di un fatto che poi lui ha raccontato in classe.
Le maestre hanno chiesto ai bambini dove vanno a fare la spesa. Ipercoop!! Bennet!! Esselunga!!
L'Uno ha alzato la mano e ha detto che lui va al Mangianatura con la mamma (gli altri due non erano nati). A piedi, o col triciclo, una volta anche col trattore. Dice loro che nel negozio ci sono tre amiche a vendere e che il latte è segnato con il suo nome.
Il K. ha detto ai diciottenni che lui parla e spiega le anomalie economiche, le irrazionalità del sistema occidentale, ma poi davanti a questi eventi diventa inerme, perché pensa che il fare sia più importante del parlare. Che da lì passa il senso di comunità, il senso dell'agire pratico, il senso (autentico) del decentramento, in sostanza, da lì passa la felicità.


A me ha lusingato molto. Perché come madre, molte volte mi fermo e mi chiedo: servirà? E alla fine della storia siamo noi a piangere e rifornirci di benzina allo stesso tempo.
Io penso che le parole siano importanti e che il suo lavoro serva.
Diciamo che ci siamo divisi i compiti: a lui pertiene la polis e a me la felicità e davvero questo mestiere non mi dispiace. 

giovedì 19 gennaio 2012

DAI GESSI AL PM10 ovvero SULLE PAURE E LE DIFESE

Questa notte tra un vomitino e l'altro rimuginavo su due commenti lasciati al post di ieri, quelli sentiti di Sibia e di MammaF e mi dicevo se la nostra scelta non fosse stata una leggerezza a scapito della nostra salute.
Però no, MiV! Proprio tu, tu che scandagli ogni minimo particolare, tu, così ipocondriaca, così sospettosa di tutti gli agenti esterni (ma anche qualcuno interno) al tuo corpo....

Sono nata nel 1975, un anno prima del disastro di Seveso. E io abito a pochi chilometri. Il K. che ha 10 anni più di me, mi racconta che la Milano-Meda (tuttora una delle principali vie di collegamento tra Milano e il nord) era circondata da delle reti, come se la diossina fosse un mostro e non qualcosa che gira nell'aria.

Nel 1986, Cernobyl. Ricordo perfettamente mia mamma angosciatissima per il cibo, non sapeva cosa comprare, come fare, a chi chiedere.

Mi pare normale che le mie antenne formatesi in quegli anni si siano rese molto sensibili. In più il K. è peggio di me, che queste cose le ha vissute da più grande.

Era il 2008 quando per la prima volta abbiamo visto questa immagine:


La fonte è l'Agenzia Spaziale Europea.
Il K. che è davvero incapace tecnologicamente parlando, ma che quando qualcosa gli interessa arriva alle competenze di Bill Gates, aveva trovato una mappa (che non riesco a scovare) che vedeva benissimo nel dettaglio i contorni di quella macchia rossa. Quella macchia rappresenta il diossido di azoto
In sostanza noi "padani" (l'inquinamento atmosferico mi pare l'unica cosa che unisca la pianura!!!) siamo sommersi da innumerevoli agenti inquinanti, tra cui il famoso PM10 (che non è tra i più pericolosi), come avevo mostrato pochi mesi fa in questo post
Ora è pure arrivata la neve chimica!!!
Noi per varcare la fatidica soglia dovremmo andare a vivere dopo Moltrasio, sul lago di Como.

Si può dire che quella mappa è stata il motore che ci ha fatto spostare qui, a bordo del bosco. 
Cosa centrano i gessi con tutto questo?

Centrano perché noi in effetti abbiamo paura di quello che ci respiriamo. Abbiamo dei figli affetti da dermatite atopica, di cui uno in forma acuta, e quindi non solo i polmoni, ma anche la pelle ci dice che l'aria fa schifo.
La medicina cinese dice che la vita (e la sua qualità) dipende dall'aria che respiriamo e dal cibo che mangiamo. Ecco, sul cibo agisco e spendo capitali al negozietto bio sotto casa, fidandomi della loro ventennale esperienza e propinando zuppe d'avena decorticata ai miei figli che spesso non apprezzano.

Per l'aria cambiamo casa e cerchiamo di andare via durante ponti e ferie, seguendo il suggerimento di mia cugina medico.

Ma poi...

Poi ci sono le vernici dei mobili che sono dannose e noi abitiamo in un'esposizione Ikea. E poi ci sono le eventuali esalazioni del riscaldamento a pavimento.  E poi ci sono le vernici dei muri che ci hanno indotto a usare la calce e le vernici ad acqua. Poi ci sono le tubature nuove dell'acqua che rilasciano schifezze. Poi....

Poi abbiamo abitato dieci anni circondati dall'amianto.
Finché un giorno, parlando con il nostro architetto che è anche un caro amico, ci disse che lui da piccolo giocava in cortile con l'amianto, ci faceva delle costruzioni, perché si rompeva facilmente.

Ecco, lì ho capito che posso tamponare e che devo tenermi informata per la salute dei miei figli, ma ho anche capito che l'idea di controllare tutto è perdente in partenza, che bisogna avere a volte anche il coraggio di lasciare andare un po'. E' un diritto che sento di essermi meritata, proprio perché da questo stesso diritto mi sento così schiacciata.

lunedì 12 settembre 2011

FRICCHETTONI MODELLO 2011

Dal 1987 a Canzo (CO) c'è la BioFera, cara Stima. Dal 1994 io e il K. non la perdevamo. Allora il bio non era così trandy. La fiera era piccola, ma annusavamo già l'originalità e la vastità e la profondità di tutto ciò che sottendeva.
Poi è arrivato l'Uno e abbiamo cominciato a perdere colpi ed edizioni, anche perché, nel frattempo il bio-equo-social, esplodeva in tutte le sue forme e di fiere su questo settore se ne vedevano da tutte le parti.
Poi è arrivato il Due, e ciao ciao BioFera. Fino a sabato, quando siamo stati invitati a tornarci, e noi felici abbiamo accettato di buon grado.



Il bello di questa fiera è che è varia. C'è pane, formaggi delle valli, scarpe in pelle, giocattoli in legno, creme per il viso, tamburi, persino abbiamo visto, finalmente, com'è fatto un acciarino e il ragazzo che li vendeva (!!) ci ha fatto vedere come si accende un fuoco partendo da pietre e ferro.


I personaggi che espongono sono i più vari. Dal ragazzo rasta che fa la ceramica Raku (sì, la zuccheriera l'ho comprata...), al monaco piemontes-tibetano che suona il gong nel battistero (io ve lo consiglio, un'esperienza veramente forte), al vecchietto bergamasco con la barba fino alla pancia che intaglia gnomi nei tronchi.
In effetti ridurla al bio è svilirla.


Abbiamo anche provato l'ebbrezza di salire su una giostra a pedali! Il papà era così contento di questa giostra....


Abbiamo fatto il dentifricio con l'argilla che basta per i prossimi vent'anni....


Abbiamo comprato la casetta per i pipistrelli per la nostra nuova casa...


... e ci hanno regalato quella per le coccinelle, da mettere sul davanzale...

E' stato bello. Non c'è un clima da quanto siamo belli e bravi. C'è un clima disteso, in fondo siamo in mezzo ai monti, quelli di Leonardo, quelli che ti aprono il cuore. Forse un po' di supponenza, quella sì. La supponenza di chi dice, hai visto? E' da vent'anni che lo dico!! Questa è la strada. 
Io ci credo.


venerdì 3 giugno 2011

A PROPOSITO DI RADICI ovvero L'UOMO CHE PIANTAVA GLI ALBERI

Son tornata homemademamma!!! Seguo il filo rosso delle radici...

L'UOMO CHE PIANTAVA GLI ALBERI
di Jean Giono


Un uomo incontra un pastore silenzioso che lo ospita per pochi giorni in un bosco della Provenza. Ogni giorno il pastore prende cento ghiande di quercia e le pianta. Così, per anni e anni. Poi passa ai faggi e poi ad altri alberi e la foresta cresce. La guerra che scoppia non interrompe la sua opera. Ad un certo punto cambia anche casa, perché la foresta è ormai troppo grande e per piantare nuovi alberi deve camminare troppo. Quell'uomo, grazie alla sua foresta, trasforma un luogo arido in un luogo rigoglioso, ricco e vivo.

Penso che di persone che piantino ghiande invisibili da cui nascono poi monumentali alberi ce ne siano davvero tante. Gli si danno tanti nomi e a me non viene fuori che il nome di eroe. Qualcuno lo conosco, ma la maggior parte sono invisibili ai miei occhi. Me ne accorgo quando una foresta spunta ed è già tardi per riconoscere chi l'ha fatta nascere, già quel bosco ha una sua vita, una sua storia....
Così si chiude il libro:

Ma, se metto in conto quanto c'è voluto di costanza nella grandezza d'animo e d'accanimento nella generosità per ottenere questo risultato, l'anima mi si riempie d'un enorme rispetto per quel vecchio contadino senza cultura che ha saputo portare a buon fine un'opera degna di Dio.

martedì 24 maggio 2011

COME FARE UN LEGNETTO D'INVITO ovvero LEGNAMEE

Falegnami da generazioni nel ramo maschile della famiglia. Cresciuta col profumo del legno nel naso, la polvere sottile bianca appiccicata ai vestiti, le schegge nelle dita, le lastre sottili di scarto da rompere per gioco, i chiodi per inchiodare i pezzetti di legno destinati alla stufa.
Parte di tutto questo c'è ancora.
Noi, diversamente dall'immaginario popolare, non chiamiamo quel luogo la 'fabrichetta'. Lo chiamiamo la 'ditta', che a me fa un po' via di mezzo. Tra il serio e il faceto.
Gli gnomi a volte mi chiedono di andare in ditta perché hanno in mente qualcosa. Come ieri, che sentivano l'urgenza di una spada di legno:


Lavorare il legno è bello. E invidio molto chi da un pezzo di carta riesce a tirar fuori un oggetto. A me sa molto di magia.
Dunque, il nostro progetto, come al solito, è partito dal caso. Una noiosa mattina scendo in produzione e guardo tra gli scarti: ommamma che bei pezzettini! Inscatoliamoli. Alla scuola materna piaceranno un sacco.


Ma loro non arrivano a scuola. Si fermano nelle mani di Gnomo Uno. Ci viene un'idea: usiamoli come legnetti d'invito alla sua festa di compleanno! L'entusiasmo è esploso..... prima scheggia nel dito dell'Uno che urla che no. Non si può fare, troppo pericoloso. Ok, Uno. Dico io. Andiamo, prendiamo la carta vetrata, e carteggiamo!!
E così:


Carteggiare è un lavoro che sembra semplice, ma in realtà non lo è. Ai bambini piace molto quella ruvidezza, la testano dappertutto (il Tre l'ha pure leccata e non gli è dispiaciuta) e farli lavorare con legno e carta vetrata li aiuta nella manualità.
Io e l'Uno abbiamo carteggiato tutti i pezzetti chiacchierando come due comari intorno al fuoco. 

Secondo step. Lo Gnomo desidera scrivere sui blocchetti con i pennarelli punta grossa. Espongo le mie obiezioni. Le mie obiezioni passano totalmente inosservate.



Siamo in questa fase. Sono finiti i tempi in cui avevo diritto di parola e azione. Mamma fammi provare, dice lui. E io chino il capo. La mia idea di legnetto d'invito esteticamente impeccabile, con profili di tempera, scritte con indelebile fine vengono rispedite al mittente. 
Ora, caro Gnomo Uno. Io ti lascio fare, anzi, apprezzo il tuo sforzo, ma almeno scrivi da sinistra a destra!!


Questo fine settimana l'Uno andrà a scuola con uno zainetto pieno di inviti-legnetti da distribuire ai suoi amici. L'aspirazione massima è che all'intervallo ci giochino facendo delle costruzioni, la dura realtà ve la racconterò lunedì.

mercoledì 11 maggio 2011

FERMARSI ovvero VITA SENZA EQUILIBRIO

Mamme F&C, faccio al contrario oggi. Parto dal problema e finisco col titolo del film. Perché in fondo, è così che nascono molti capolavori: da quello che facciamo, da come lo facciamo e da cosa ne pensiamo di tutto quel fare.
Non so se sono io o è un problema più comune. Non riesco a fermarmi. Parto la mattina (a fatica) e poi tutto si srotola davanti ai miei occhi ad una velocità inverosimile e io sono parte integrante dell'ingranaggio. Non riesco a stoppare questo tumulto, non riesco a fermarmi.
L'elenco giorno per giorno varia di poco poco:
sveglia
preparazione bambini
accompagnamento bambini
cappuccio con brioche (OHHHH, 15 minuti prima dell'apoteosi)
lavoro
prendere un bambino
pranzare
stirare o sistemare o stendere
prendere il secondo bambino
basket o spesa o parchetto
preparazione cena
cena
messa a letto
computer
libro
nanna

E i giorni mi si snocciolano davanti e ieri era lunedì e domani è già sabato. E anche le prossime settimane sono intervallate da cose da fare, da puntelli formati da appuntamenti o scadenze. Oggi mi ritrovavo a rimpiangere quei mesi seguiti alla nascita del Tre, così splendidamente vuoti, sgombri di date e di orari.

Mi sento un po' come queste persone viste da lontano che corrono corrono senza motivo apparente.


E quella musica perfetta di Philip Glass mi torna in mente sempre e sempre perché quello è il mio ritmo troppo spesso. E la sera, stanca e afflitta e arrabbiata, nulla smuove quel metronomo veloce. Solo ritrovarmi seduta al tavolo senza rumori se non il leggero russare dei bambini mi calma, una calma che mi dice solo che così non va bene.

A volte cado nell'errore di pensare che muoversi per un motivo valido, per uno scopo buono e giusto, sia sufficiente a giustificare il mio moto perpetuo. Ma no, cara me. Non funziona così. Sedersi immobili e stare. Questo è molto più saggio. Per lo meno intervallare, per fare in modo di non perdere il filo che lega il senso delle cose.

Io questo film l'ho conosciuto al liceo, anche se è del 1983. A 14 anni già facevo l'intellettuale che non va in disco ma che si spara due ore di cinema d'essay ogni sera. Volevo marcare la mia diversità da un mondo, quello dei miei coetanei, a cui non mi sentivo di appartenere o a cui gli altri faticavano a farmi appartenere. Quel film rappresentava per me tutto quello che non avrei voluto essere, né vedere nella mia vita e tutto quello per cui lottare nel mio lontano futuro.
Ed eccomi qua. Sono grande ormai, abbastanza grande per sapere che quel mondo lì rappresentato è il nostro mondo, nessuno escluso. E' doloroso a volte ammetterlo, ma aiuta tanto. Che sempre per gli stessi motivi vivo e anche questo non è male. Ricapitolare a che punto si è. Chiedersi cosa volevamo a 14 anni e ripercorrere il tragitto e chiedersi se un minimo di senso può esserci. Insomma, fermarsi. Un po'.


KOYAANISQATSI di G. Reggio (1983)

P.S. Koyaanisqatsi secondo la lingua nei nativi americani, vuol dire vita senza equilibrio. Per una meravigliosa analisi del complessissimo film (tre anni di riprese e il digitale non era ancora nato!!) vi rimando a questo meraviglioso lavoro.

lunedì 2 maggio 2011

DECLUTTERING, DOWNSHIFTING.... ovvero MINIMAL NONNA T.

Downshifting, decluttering, minimal.
Sono termini il cui significato l'ho appreso nel minimoblog che trovo bellissimo e interessante. Ho qualche antipatia per l'uso smodato di parole non italiane, ma è dal mondo anglosassone che giunge quest'ondata e tant'è!
Io ero rimasta legata più al pensiero cattolico-progressista sintetizzato dalla parola sobrietà. Negli ambienti che io e K. frequentavamo (e frequentiamo) circa un lustro fa, questa era la parola chiave, il concetto che sfondava e che dentro di sè includeva tutti e tre i termini lassù riportati.
Io non l'amavo tanto, perché mi pareva un po' ipocrita, e difficile da definire. In alcuni casi quella parola serviva per ripulirsi ben bene la propria immagine di cittadino impegnato, ma di fatto rimaneva un concetto molto astratto (esistono macchine più 'sobrie' di altre? Si può misurare la sobrietà nel cibo? Negli abiti?).
Poi è arrivato Serge Latouche con il concetto di decrescita felice.


Io condivido in toto l'idea alla base della decrescita, tornata così in auge un tre anni fa con l'inizio della grande crisi economica mondiale. Ma poi mi chiedo. La mia vicina di casa, la mamma di un compagno di Gnomo Uno, che non trovano un lavoro da mesi (impiegate), vere vittime di questa crisi, cosa penserebbero se gli parlassi di decrescita felice? E' possibile che sia felice la decrescita se potesse essere una scelta consapevole, mi dico. Non una necessità. 
Dividerei la sfera filosofica (concetto di sobrietà e descrescita felice) dalla sfera pragmatica (concetto di decluttering). Tutti gli spunti sul decluttering sono molti interessanti e in vista del trasloco prendo appunti e cerco di applicare.
Ma io ho una maestra di quest'arte. Mia suocera.

Gnomo Tre in braccio a nonna T. gioca con uno dei suoi passatempi preferiti:
tira fuori e metti dentro i cucchiaini dalla scatoletta.
Ha fatto fatica insieme a suo marito a tirare grandi i suoi due figli. Tanti sacrifici, tante sveglie alle sei, tanto lavorare alla finestra ricamando. Lei la sobrietà ce l'ha nell'anima. Al decluttering non arriva, perché ha imparato dalla vita a non comprare se non il necessario, a riutilizzare gli oggetti (vedi foto sopra), a buttare se irreparabilmente rotto (l'altro giorno con chiodi e martello metteva a posto un vecchissimo orologio, non se ne faceva una ragione che fosse caduto...). 
Da lei ho imparato come intrattenere i miei figli con niente: una vecchia scatola di tè e dei cucchiaini. Un tappo e il contenitore di plastica della pasta. La frusta a manovella per montare l'uovo e un piattino di plastica dura. Perché fare decluttering con tre bambini intorno (loro, così conservatori!!) non è facile per niente....
La sua casa è minimal. E vi assicuro che l'effetto è positivo. Quando entri il cuore rallenta i battiti e tutto induce alla calma. 

Volevo parlare di un'illuminante prospettiva pratica e ho scritto di Latouche!!
Volevo farvi partecipi dell'idea di una mia amica mamma che ha deciso per il compleanno del proprio figlio di chiedere un regalo solo condiviso da tutti i partecipanti alla festa. Volevo dirvi che non so se lei ha in mente la traduzione del termine decluttering, ma aveva sicuramente bene in mente cosa vuol dire avere in casa 3 orologi di ben 10, quattro confezioni di macchinine, un numero imprecisato di beiblade, bagukan, e ninjako.... e ha detto no.
Volevo raccontarvi semplicemente che noi mamme abbiamo copiato l'idea e venti bambini hanno fatto un mega regalo ad un loro compagno che sprizzava gioia da tutte le parti. Volevo dirvi che gli oggetti è vero che ci stanno sommergendo, tutti se ne accorgono. 
E che spesso il problema pratico aiuta a mettere a fuoco il problema filosofico.
Volevo dirvi solo che anche questo è un insegnamento che mi ha regalato la nonna T.

giovedì 14 aprile 2011

AMMAZZA COME E' TRENDY L'ECO

Veloce veloce Stima col mio yin-yiang. Ieri sono stata al Salone del Mobile di Milano.
Come ben sai il 90% delle aziende di design e arredamento più importanti in Italia, gravitano a 5-6 km da casa mia. Diciamo che andare al Salone è un po' come andare a messa nel paesino. Continui a salutare gente.
Ho fatto solo una foto per i miei pargoli che adorano la 500:


Niente altro.
Io e K. ci siamo persi tra i lunghi corridoi e una cosa ci è saltata all'occhio. Tronchi d'albero in ogni stand, nuovi prodotti in essenze naturali, finiture nature, vernici all'acqua, tavoli di cartone (!!!!) ingnifugo (????), sedie fatte con legno di recupero e poi piante piante piante.
Conosco i miei polli.
Il "naturale" è entrato d'onore nel business. Tira. Fa spendere. E' il vero filo rosso che lega questa enorme fiera dell'eccellenza italiana (non per tirare l'acqua al mio mulino, ma veramente solo noi sappiamo fare certe cose...).
E non potevo non notare questo contrasto tra il marketing e il substrato culturale che dovrebbe sottendere il ritorno all'essenziale e al naturale.
E' però d'altronde tristemente vero che solo il business in questo marcio mondo può qualcosa. E allora meglio questo che il barocco dorato che andava negli anni ottanta.

P.S.: A chi gravita intorno a Milano, vi segnalo il Fuori Salone. In particolare Cuorebosco. Uao!

lunedì 20 dicembre 2010

I TESORI DELLA PROVINCIA ovvero RICREO

Qualche giorno fa, insieme ad una mia amica, siamo andate per conto della scuola dell'infanzia in un posto magico. Avevamo un compito veramente ingrato... raccogliere materiale di recupero per i futuri progetti dei bambini. Non potevamo urlare di gioia per il salone della scuola, così ci siamo trattenute fino al luogo di destinazione.


Vivo in un posto un po' strano. Ormai anche a noi ci chiamano la periferia di Milano, anche se siamo distanti più di 30 km dal capoluogo. Queste terre sembrano aride. Fabbrichetta, casetta, chiesa, scuola. Fabbrichetta, casetta, chiesa, scuola. E via andando.
Ma lì, proprio tra la scuola, la chiesa e il municipio molto spesso si scoprono realtà incredibili, gestite da persone incredibili. E quando le trovi avresti voglia di urlare al mondo intero che ehi, qui si fanno queste cose, venite tutti a vedere.
E un posto così l'ho visto.
Si chiama ASSOCIAZIONE RICREO e raccoglie in giro per la provincia i materiali di scarto che provengono per lo più dall'artigianato e dall'industria. Si fanno laboratori per le scuole e le famiglie e con una tessera annuale si può andare a prendere il materiale di cui si ha bisogno. E' una sorellina minore del remida di Reggio Emilia di cui ho parlato qui
Ecco una carrellata dei locali:

Le stanze sono popolate da strane creature...

Stanza di nastri e tessuti con cielo filante...


Plastica, legno, polistirolo...

Carta, cartoni, cartoncini...
Bazar: mosaici, tappo, rondelle, nastrini...

Drago custode 

Angioletti custodi

Cammelli custodi
Dietro a questi locali c'è una scuola dell'infanzia di un piccolo paese. Dei genitori che vivono in un piccolo paese e che donano il loro tempo per questo prezioso servizio. Ci sono pedagogisti, atelieristi e altre figure importanti che non dovrebbero mancare in nessuna scuola.
Un paesino di poco più di 4000 abitanti realizza un progetto così importante. Meraviglioso....


domenica 12 dicembre 2010

FIORETTO ECOLOGICO

Mi sono già confessata qui riguardo alle faccende casalinghe... Ora però è ora che mi dia una regolata anche rispetto alla mia impronta ecologica. Sì, è vero, non prendo un aereo da sette anni dunque sono a credito di un bel po' di Co2... ma non basta!!

Giocare a nascondino nell'erba alta
Nel mio quotidiano compro e faccio molte cose che non vanno molto bene dal punto di vista ambientale e che vorrei modificare. Parto con l'elenco cercando poi di correggermi:

IN CUCINA
  • Uso la carta assorbente... sì lo so che è un enorme spreco, e non mi salva il fatto di comprarla riciclata (che per altro se ne usa il doppio perché è scarsissima). A ritmo regolare non la compro, ripromettendomi di non usarla più, sto quelle due settimane senza e quando lo yogurt cade sul tavolo, quando le dita dei miei gnomi incontrano marmellata, miele o nutella.... mi giro e rigiro sperduta nella mia cucina in cerca della salvezza formato 20x20 e non c'è! Impreco, vado al super e la compro.
  • Uso la carta da forno: il vecchio metodo per le torte (burro e farina) non era meglio?

MESTIERI DI CASA
  • Ok, ogni tanto un Lisoform mi capita dentro nella spesa...
  • Lavo con detersivi bio e a volte mi manca il profumo di bucato. Non dico stordirsi con l'odore del Dixan, ma nemmeno profumo di acqua fredda del risciacquo! A volte nella pallina del detersivo per panni butto due-tre goccie di essenza di lavanda... meglio di niente!
  • Lo Swiffer l'ho preso, l'ho amato e a malincuore l'ho abbandonato... troppe ricariche nella spazzatura...

GNOMI
  • Uso i fazzoletti di carta: intanto dalla loro hanno che sono più igienici, però in questi periodi se ne vanno a mazzi. Quelli di cotone sono da stirare (blea!!) e poi i bambini tornano a casa da scuola che nemmeno lo riconosco più il fazzoletto! Annosa questione: dove cominciare a soffiare il naso dei fazzoletti di carta, dal centro? Dai lati? Avete delle tecniche? (Da poco ho scoperto i kleenex e al primo moccio di poppante estraggo dalla scatolina magica... mitico....)
  • Parliamo dei pannolini: con Gnomo Uno compro i Popolini (unici allora in commercio), glieli metto di giorno, la notte non reggono, poi verso l'anno smetto (io lavoravo e lui era dalle nonne a cui ho risparmiato l'impresa); Gnomo Due, molto più scafato, a otto mesi se li toglieva!!! Aveva capito che con veltro giocava facile e in un minuto erano via... Con Gnomo Tre sono lì e mi guardano e io guardo loro mentre gli metto il pampers per la notte e i moltex per il giorno... Non ce la posso fare, solo l'idea di avere quattro patelli in più da lavare mi fa venire la pelle d'oca! Ho sempre detto che non ho il fisico...
Camminare, passeggiare, deambulare....
VARIE ED EVENTUALI
  • Camminare di più, non prendere sempre la macchina. Ehi, non abito nella bassa! Qui non c'è un tratto in pianura nemmeno a pagarlo oro! Quindi niente bici... 
  • Spegnere le luci! E' la mia urlata quotidiana ai due gnomi. Quella è proprio una cosa che mi secca e potremmo noi tutti fare molto meglio. Le lampadine le abbiamo tutte a risparmio energetico (detto tra di noi però quella cosa che si illuminano piano piano a me da proprio sui nervi!)
  • Non faccio il bagno, ma stare lì a riflettere sull'eterno fluire dell'universo in doccia mentre l'acqua scorre è per me un momento d'oro... 
Da gennaio 2011, caro Babbo Natale, mi impegnerò a migliorarmi nelle sopracitate situazioni, ma ti prego, non sono ancora pronta ad eliminare la riflessione sotto la doccia...


martedì 16 novembre 2010

LO SCATOLONE FABBRICONE ovvero CREATIVITÀ SOSTENIBILE

Andando alla scuola materna, io e i miei gnomi abbiamo imparato a riutilizzare materiali di scarto. Vi ho già parlato di Reggio Children, questa meravigliosa realtà pensata per i bambini dell'età prescolare e nata dall'unione di società civile e istituzioni pubbliche. All'interno di questo progetto, forse conoscerete anche il centro remida: si tratta di un centro di raccolta e catalogazione di materiali di scarto provenienti per lo più dalla produzione, disponibili a essere presi e rielaborati dalle scuole.
Di centri remida ce ne sono un po' sparsi per tutta l'Italia e offrono spunti interessanti per famiglie e scuole.
Da noi, sia alla materna che alle elementari, i miei gnomi hanno a disposizione un Tavolo Fabbricone dove utilizzare materiali di scarto e inventare l'inventabile. Perché per i bambini è importante riciclare in modo creativo, ma è anche importante lasciare loro la possibilità di farlo in modo continuato per dare loro l'abitudine e per affinare la fantasia.
E così anche a casa abbiamo un angolo fabbricone composto da due 'luoghi': lo SCATOLONE


e il CASSETTONE:


Certo, ci sono infinti PRO rispetto a quest'idea e qualche CONTRO, per esempio scarti degli scarti un po' in giro per tutta la casa, oppure se non ci si sta molto attenti, a furia di attaccare e tagliare ti ritrovi anche tu mamma con qualche pezzo in meno e soprattutto con molti pezzi in più addosso... ma sono tutte cose superabili.
Ecco qualche esempio dei nostri lavori:

Artista: Gnomo Due - Soggetto: Il Pirata


Il Pirata di profilo

Artista: Gnomo Due - Soggetto: Il Pirata Bidimensionale

Artista: Gnomo Uno - Soggetto: Razzo interstellare con motori a fuoco

Artista: Gnomo Uno - Soggetto: Macchina per studiare gli oggetti
(e non chiedetemi altro....)
Mi piacerebbe che i miei gnomi riuscissero a curare questo bagaglio di fantasia senza schemi e senza limiti, è una cosa a cui tengo tanto... almeno qui, nel gioco, niente limiti!!! 
E poi mi viene in mente quella frase di Picasso: "Quando ero piccolo sapevo dipingere come Raffaello, mi ci è voluta però una vita intera per imparare a disegnare come un bambino".
Tutti i nostri bambini sono degli artisti, tuteliamoli!!!
                                       

venerdì 7 maggio 2010

COME FARE UN DETERGENTE MULTIUSO

Ho tanto cercato nel web per trovare la ricetta di un detergente efficace e facile da fare. Finalmente l'arcano mi è stato svelato, ho studiato, ho cercato e ho messo insieme un po' di ricettine che il web mi ha concesso e sono arrivata a quella che ora vi presento.
Di ingredienti strani in effetti ce n'è uno: l'acido citrico. Fantastico anti-calcare (per sapere com'è la durezza dell'acqua del vostro comune cliccate qui) può essere usato come brillantante in lavastoviglie e ammorbidente (nel senso che addolcisce l'acqua e quindi le vostre spugne assomiglieranno meno ad un cartone) in lavatrice!

INGREDIENTI per circa mezzo litro di detergente
  1. 420 ml di acqua distillata
  2. 45 gr di acido citrico
  3. 10 gocce di olio esseziale di limone
  4. 20 ml di detersivo piatti (possibilmente eco)
Miscelate detersivo e olio esseziale.



Pesate l'acido citrico e ponetelo in una bacinella di plastica.



Aggiungete l'acqua e mescolate fino a che l'acido non si sia sciolto completamente.



Ora potete aggiungere il detersivo e l'olio. Infine imbottigliate in uno spruzzino e il gioco è fatto!



Due semplici annotazioni:
  • Il detergente deve essere consumato entro 3 mesi.
  • Usare solo essenza di limone, altre essenza potrebbero "rovinare" il prodotto.
  • Lasciare agire qualche minuto sulle famose macchie ostinate!
Se poi volete mettere la ciliegina sulla torta guardatevi questo bellissimo sito sui detergenti casalinghi e stampate una bell'etichetta da incollare sul vostro spruzzino...
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