sabato 30 marzo 2013

SULLA PASQUA A CASA ovvero IL LAVORETTO

E' triste un po'.
Per tanti motivi.
Piove.
Non abbiamo un governo e nessuno ce la può fare.
Fa freddo.
Enzo Jannacci è mancato.
E già mi manca tanto.

E dunque ho studiato. Ho pinterestato quello che mi piaceva e ho comprato 20 uova a 2 euro. Pensando che fossero uova di galline addossate riempite di antibiotici per produrre in quantità, ho pensato di liberare le loro uova dal triste destino della frittatina serale. Ho dato nuova dignità alle uova da batteria.

Ieri abbiamo prodotto con i bambini.
Ecco, apriamo questo dibattito. Tutte le bellissime uova decorate che ho visto in questi giorni sl web sono fatte signore molto brave e molto precise, con pennellini piccoli o kit colora uova dove i bambini fanno da passivi osservatori.

Dunque ho pensato: faccio le uova sode e gli do in mano un pennello. Quel che viene viene... si divertiranno. E così è stato...



Gli è piaciuto molto. L'uovo non lo avevamo mai considerato tanto come elemento decorativo.
Poi me ne sono tenuto via uno perché anch'io avevo voglia di lavorare.
Due Uniposca e un pennarello indelebile: ho dipinto il maestro della marmaglia e mi è piaciuto.


Oggi invece non avevo voglia di lavorare coi bambini. 
Volevo divertirmi solo io.
Volevo iniziare un progetto, eseguirlo e portarlo a termine in tempi umani. Senza dover asciugare l'acqua che cade, passare lo straccio 100 volte sul tavolo imbrattato, ricuocere uova perché gli è caduto.
Perché questo succede quando si lavora coi bambini: di tutto.
Che è il suo bello, perché da quel disastro a volte nascono prodotti meravigliosi e inaspettati.
Ma oggi no. Non voglio.
Gioco solo io.
Quest'idea l'ho vista qui. Non ho letto il post, ho guardato solo le figure...

La cosa più divertente è svuotare le uova, liberare il tuorlo e l'albume. Bisogna poi lavarle e lasciarle asciugare una notte.


Poi si riempiono di cosine mangerecce. Ma anche di altro: bigliettini, piccole gemme, perline....
Io mi sono buttata sulle caramelline, tanto agognate dagli gnomi tutti.


Poi si chiude con colla e carta velina. Dove c'è il foro vi consiglio carta velina doppia.
Chi mi segue da un po' lo sa. Io AMO la carta velina con tutto il mio cuore (le lampade sono da sempre il post più letto....).


E infine: tada!!
Adesso si lasciano ad asciugare...


... domani si aprono!

Buona Pasqua signori e signore!!

mercoledì 20 marzo 2013

SULLA PRESCRITTURA ovvero LA SCHEDA IN TESTA

Oggi io e il Due siamo rimasti a casa. Aveva dormito male stanotte, io avevo in programma di finire il trasloco (eheheheheh!!) e dunque eccoci qua.
Abbiamo iniziato la mattina con una partita a carte pokemon, poi una lavastoviglie, poi un disegno, poi una pausa stendi biancheria, poi un bagno caldo e rilassante, poi apertura degli scatoloni residui in cantina.
Tornando verso la camera, il Due, con un mezzo sorriso sottile mi porge questo foglio:


"Mamma ho scritto leone".
Stupita. Sì, molto. Negli ultimi giorni aveva acuito il suo interesse per le parole, ma non pensavo riuscisse ad attaccarle insieme, a dare loro un senso.
Aveva appena pianto tutte le lacrime che aveva perché non era riuscito a copiare perfettamente Ben Ten. E io gli avevo raccontato che quel disegno sul giornaletto era brutto, perché impersonale, senza sbavature e che tutti gli altri Ben Ten del giornaletto erano uno uguale all'altro, mentre il suo era così vero, molto più degli altri.
Sì, lo considero un insicuro, però ben determinato e capace di capire con chiarezza quello che desidera.

Lui va in una scuola dell'infanzia dove non si fa pregrafismo. Non si compilano schede, non si seguono linee. A dire il vero nella loro aula possiedono solo un tavolo con sei sedie attorno, per 24 alunni.
Eppure lui, così pratico nella vita, ha saputo coltivare un suo interesse specifico, quello della parola e della grafia. Osservava gli stampati dei Topolini di suo fratello e ripassava le lettere chiedendo aiuto a lui.  Mi chiedeva di scrivergli i nostri nomi in fila, fin da piccolissimo, e li studiava.

Mentre Uno aveva un approccio molto "intellettuale" al testo fin dai primi anni, molto concentrato sul contenuto, sullo svolgimento della storia, con disegni per nulla vincolati alla realtà, è arrivato in prima elementare che a mala pena scriveva il suo nome. Poi certo è partito in quarta perché forte era il suo desiderio di conoscere, di leggere e rileggere.

Due invece ha accumulato le nozioni. E poi di botto le ha espresse. Lui è così. A lui piace sorprendere e lo fa solo se si sente sicuro.

Uno e Due si sono costruiti la loro scheda nella loro testa. Hanno puntato sui loro interessi, così diversi, come è giusto, e hanno modellato i propri approcci a questo mondo difficile che è quello della lettura e scrittura.

Non dico che le schede pregrafiche siano sbagliate tout-cour. A Uno piaceva tantissimo contornare le linee spezzate, ma non le ha mai abbinate all'esercizio prescolastico. Le aveva viste un'estate in un giornaletto e io gliel'avevo preso.

Penso sicuramente che una singola scheda asettica e anonima, data in mano ad un bambino di 5 anni alla scuola dell'infanzia e giustificata solo rispetto al fatto che l'anno prossimo andrà a scuola, è forse il metodo più riduttivo per adottarla.



venerdì 15 marzo 2013

TLE


Urli.
Non hai la erre.
Ti piace Spongebob.
Ti addormenti vicino a me. Spalmato a me.
Non fai merenda.
Hai paura di Ashanti. 
Ti piacciono i libri.
Ti piacciono i puzzle.
Ti piacciono i colori a dita. Ahimè.
Hai i lacrimoni facili.
Sei un baciatore seriale.
Vuoi sposare Alessia, perché la Susi è troppo grande (parole tue).
Dormi con una maglietta rossa.
Il tuo insulto preferito è balindo.
Seguito da manaccia.
Quando è pronto a tavola chiami: FRATELLI!!!!!
Anche se loro non ci sono.
Ti piace il cocciolato.
E la marmellata.
A vanvera mi dici: "Io ti adoro".
A vanvera dici: "Uno! Sei piccolo!"
Quando ridi ti parte il singhiozzo.
Ti piace fare il bagnetto lungo.
Ti piace dopo il bagnetto lungo lamentarti per le mani cotte.
Ti piacciono i jeans come il papi.
Non esci senza cappello.
La dermatite atopica è sempre colpa della zanzara.
Non vai a scuola senza zainetto.
Pretendi, come l'Uno, la merenda per l'intervallo. Al nido.
Ti piace lo scivolo.
Ma di più l'altalena.
Ti piace essere piccolo.
Forse perché a me piace quanto sei piccolo.

Auguri.

mercoledì 27 febbraio 2013

PAROLE NUOVE ovvero SULL'ESSERE O MENO CASALINGHE

Le parole creano un'identità.
Mettono un'etichetta.
Incasellano.
Imprigionano.

Le parole creano un'identità.
Rimettono in discussione idee.
Aprono varchi.
Rendono liberi.

E' da molto tempo che rifletto sulle mie parole.

Dopo una laurea e un master (oh, io davvero nè... non a Chicago però... ), è stato abbastanza fastidioso per me scrivere nelle iscrizioni alle scuole, alla voce 'lavoro': impiegata.
Lo ammetto.
E' stato difficile.

L'impiegata per me, ma anche nell'immaginario che la parola si porta dietro, vuol dire: conti, carte, computer, biro, excell, 9-18.30.
E così ho fatto per un po'.
Poi quell'etichetta mi è diventata simpatica e la sfoggiavo. Anche se il mio lavoro, paradossalmente, nel frattempo era cambiato: era tutto basato sulla comunicazione, il marketing per usare una parola che dà più lustro. Una parola per altro che rientrava meglio nel mio iter universitario.

Ora ho lasciato pure quello.

Interno casalingo.

Ho rifatto le iscrizioni alle scuole.
Lavoro della mamma: ......
Già. Cosa metto? Casalinga.
NO.
Casalinga mai.
Di fatto lavoro un po' nelle scuole a contratto. Non è un lavoro che mi impegna tutti i giorni.
Lavoro della mamma: lib. prof.
E corrisponde.

Ma perché casalinga no?
La cosa mi ha turbato, quel mio frenarmi mi ha anche fatto arrabbiare con me stessa.
Ma sento che un nodo lì c'è.

Ho riflettuto e ho capito che quello che non mi piace è quel riferirsi alla CASA.
La casalinga fondamentalmente, come suggerisce l'origine della parola stessa, è una donna che sta in casa.
Nulla da togliere a questo tipo di donna.
Mia suocera è una nonna casalinga. La sua casa è lei. Ai miei figli piace capitare a casa sua a sorpresa e lei è lì, si direbbe ad attenderli, proprio con quella evocazione all'attesa. Ed è molto bella. E molto rassicurante. Anche a me piace andare a trovarla così, a casaccio.
E anche mia nonna era così. Le sue abitudini erano standardizzate al massimo: la mattina andava in sù (gergo dialettale per dire in centro) e il pomeriggio a casa.

Io no.
La casa non è il mio centro.
Il mio centro sono i miei figli.
Non che il centro delle casalinghe non siano i bambini: è solo che la loro esplicazione passa per le loro mura.

Io penso che non esistano più casalinghe, da anni.
Forse è quella dai nostri genitori quella che si può considerare l'ultima generazione di casalinghe.
E allora perché non è cambiata quella parola?

Quello che meno mi contraddistingue è la sedentarietà, l'appartenenza ad una via, ad un numero civico. Il luogo in cui sono più spesso è la macchina o la sala d'attesa:
autolinga?
attendendinga?
madrelinga?

Io ho l'urgenza di definirmi diversamente.
Ne ho l'urgenza, ma so anche che è un mio limite.
Io non produco reddito. Ma non ho l'aura della santità che contraddistingue la casalinghitudine.
E mi sento a metà. Davvero. E a volte ne soffro davvero e percepisco chi mi guarda con disprezzo culturale - "Eh, fa la mamma.." -, da chi mi invidia - "I miei figli li vedo poco..." -, e da chi mi compatisce - "Ma come fai?".

Tra di noi possiamo dirlo: è socialmente più apprezzabile una donna casa-lavoro. E' obiettivamente uno status più condiviso e dunque più normale.
Io mi sento anormale.
E dunque mi nascono dei sensi di colpa e dunque il tempo in cui non cresco dei bambini, mi occupo anche di quelli degli altri facendo la rappresentante, facendomi parte attiva nella cosiddetta vita civile. E lo faccio felicemente. Pensando che io ho il tempo che chi lavora non ha e lo metto a disposizione.

Ho scavato questa definizione dentro di me, con fatica.
E tutto questo dall'umana società viene tradotto solo in un modo:
casalinga.

Eh no cazzo. Capite che no!
Le parole non cambiano perché parole nuove cambiano.


venerdì 22 febbraio 2013

LA RESTITUZIONE

Oggi per il VdL di Homemademamma, vi parlo del mio libro di svolta. Un libro che ho letto quest'estate e che mi ha svelato cose importanti e per me ora fondamentali.

LA RESTITUZIONE
di F. Stoppa



Stoppa è uno psicoterapeuta ed è a capo di un progetto che si occupa di dialogo intergenerazionale.
Il libro parla ai genitori di adolescenti (dopo i 15 anni) che sono stati i contestatori del passato (Stoppa è del '55), ma è così ricco di riflessioni, che io personalmente lo renderei obbligatorio per tutti i genitori.

Il libro è molto complesso, a tratti anche difficile. Il nodo centrale (semplifico molto) è questo:
i genitori degli adolescenti hanno contestato la società, avrebbero voluto rifondarla, ma hanno fallito. Nel momento in cui hanno avuto dei figli li hanno voluti difendere da una società iperindividualista e brutale e li hanno messi sotto una campana di vetro. I genitori, cioè, NON HANNO RESTITUITO ai propri figli l'incarico che essi stessi avevano ricevuto dai propri genitori, ossia l'impegno di farsi carico della società con tutte le brutture insite in essa.
Hanno cercato di difendere i propri figli fin dall'infanzia e poi arrivati all'adolescenza o superata, hanno detto loro: ora il mondo è tuo. La conseguenza è quella dell'adolescente arrabbiato con i genitori (mi hai tenuto al riparo e adesso mi sbatti nel mondo), con molte paure (la paura di affrontare le grandi avversità: sconfitte, morte...) e senza strumenti difensivi (non avendoli affinati durante l'infanzia).

Già questo tema basterebbe per aprire un dibattito. Interno. Per me, mamma di bambini piccoli e sul grande tema della separazione e della fiducia. Noi lasciamo questo mondo marcio in mano ai nostri figli solo se in loro abbiamo fiducia, se no li proteggiamo. 

I temi che hanno smosso dentro di me dei macigni sono innumerevoli.


Quello del trauma:
come intitola Stoppa il capitolo, traumaticamente abita l'uomo: il trauma fonda l'essenza umana, la segna. La vita non è una curva di risalita, è un saliscendi. Il trauma serve per deviare i percorsi. Racconta Stoppa di pazienti depressi che vogliono tornare come prima. Ecco l'errore. Se sei depresso, vuol dire che prima non andava bene, se hai attacchi di panico vuol dire che il tuo corpo ti parla e si oppone a qualcosa, il trauma serve per cambiare. S sale, dice Stoppa, a patto di saper scendere. Se si vuole superarlo, il trauma, bisogna accettarlo:

(...) anche se prima o poi la vita graffia e deforma la visione che avevamo del mondo, in realtà ci traumatizziamo (cioè ci svegliamo alla vita) solo quando decidiamo di fare nostra la ferita, di lasciarla sanguinare e di considerare cosa ci rivela per poi, evidentemente poterla medicare. Solo a queste condizioni gli incontri decisivi della vita diventano esperienze in senso pieno, momenti cioè capaci di sandire il tempo della nostra storia e dare forma alla nostra identità. "Il trauma" dice Lacan "inaugura la storia che il soggetto pensa e ripensa".


Quello dell'infanzia:
ossia, l'infanzia è un'invenzione. L'infanzia nasce in noi durante l'adolescenza. E' in quel momento che la ripensiamo, la ponderiamo e grazie ad essa ci formiamo. Per questo i primi anni di vita e di riflesso il comportamento dei genitori è fondamentale:

(...) il bisogno di proteggerli, difenderli e renderli felici ha finito per "recluderli" in una campana di vetro escludendoli di fatto dal campo delle responsabilità familiari e sociali.

Fino a giungere alla dimensione "ortopedica" della mancanza. La mancanza, la solitudine però deve essere riconoscibile per il bambino, il bambino

deve sapersi mancare, scoprirsi tale e sorprendersi di questa sua condizione. La consapevolezza è un atto psichico che interrompe il suo stato di quiete e lo porta a interrogarsi sul senso della sua presenza nel mondo.

E a questo punto fa l'esempio dell'allattamento:

Stiamo sottolineando quanto sia fondamentale, per il corretto ridimensionamento della madre, che, al di là delle prestazioni e delle cosa elargite, lui la riconosca nella sua umanità. Come qualcuno, in particolare, che non si limita ad esaudire la richiesta del suo bambino - "Dammi il seno" -, ma come un soggetto che porta a sua volta una domanda: "Lasciati nutrire da me, sii il mio bambino": una domanda che esprime già un desiderio che è al di là del semplice fatto di nutrire.


Forse non si riflette abbastanza sul fatto che l'eccesso di facilitazioni può avere un effetto inibente nel promuovere l'assunzione di responsabilità.

Già, assunzione di responsabilità. Una cosa che manca assolutamente però, anche a noi genitori a ben pensarci.
La facilitazione inibisce anche il desiderio perché i genitori tendono a volte anche a prevenirlo. Ma è il desiderio che muove gli animi eletti:

(...) si può agire solo se ci si separa dal proprio destino, da ciò che è già scritto, se si desidera.

Quanto più l'adulto che se ne prende cura, strada facendo, svelerà la propria stessa condizione di incompletezza, tanto più il bambino troverà varchi e occasioni per mettere in gioco la sua creatività e il suo desiderio. E, soprattutto, godrà di una libertà di movimento che potrà consentirgli la restituzione di quanto ricevuto.


Quello della società consumistica:
nelle società con un alto numero e accesso ai beni di consumo, è maggiore l'utilizzo di psicofarmaci. 
La società moderna privilegia 

la dimensione del piacere sul resto dell'esperienza, quello che viene evitato, disattivato, è proprio il giudizio relativo a ciò che è moralmente ben o male.

E così paradossalmente

l'obiettivo della macchina produttiva nell'era dell'homo consumens è, al contrario, la perpetuazione dello stato di insoddisfazione del singolo.

(Mi viene in mente l'esempio dell'iPhone 1, 2, 3, 4, e 5. Oppure, e vale per i miei figli, le serie dei lego sempre nuove, "il mio compagno ce l'ha già!!")


Quello della distanza:
il bambino non fa più parte della coppia, ma ne fa parte.
Questo è una forzatura pericolosa, secondo Stoppa.

(...) il bisogno stesso di ringraziarlo per il fatto di esserci, e con ciò di aver dato un senso alla vita dei genitori, ha come suo correlato il pensiero inconscio, e alquanto delirante, che il nuovo individuo si sia autogenerato.

Per questo per esempio ora le regole familiari o le restrizioni si 'contrattano' con i figli, come in una società per azioni

sostituendo all'idea di filiazione quella di affiliazione al club interplanetario dei consumatori. (...) "Disfarsi" del proprio passato è possibile solo quando ci si è prima assunti il senso di una storia che altri hanno iniziato prima e per noi. Mentre oggi si viene sollecitati ad attivarsi con l'obiettivo di costruire il proprio radioso futuro senza menziona alcuna del passato.

L'esito di questa adesione ai desideri (reali, presunti?) del figlio è che con l'alibi di essergli alleato e di non nuocerlo in nessun modo, lo si condanna alla solitudine. La più terribile, quella di non avere nemmeno un nemico, cioè qualcuno di reale, "vero" e traumatico, su cui far defluire l'odio, l'aggressività, il senso di rivalità; affetti e sentimenti certamente in sé non patologici e che, anzi, sono gli effetti e talora i prodromi, della nostra condizione di esseri viventi abitati dall'amore e dal desiderio.



Chiudo questa mia lunga recensione e mi scuso. Ho recensito così solo metà del libro, che prosegue arguto in altre analisi. Se vi va continuerò...
Chiudo con la frase della sua premessa e che mi sta molto a cuore:

(...) il senso più vero dell'esistenza umana - il mistero di ciò che ci fa uomini - non sta nell'autoreferenzialità della propria esperienza, ma risiede in quei singoli, spesso quotidiani e ordinari atti con i quali si consegna il mondo a qualcun'altro.

giovedì 14 febbraio 2013

C'ERANO UNA VOLTA DUE RAGAZZI...

C'erano una volta due  ragazzi di vent'anni. Lei aveva lunghi capelli neri, lui uno sguardo arrabbiato e insofferente. Nonostante la giovane età avevano già una bambina di tre anni, piccola piccola col ciuccio sempre in bocca.
Un giorno dagli appartamenti vicini, da caseggiati diversi, si sentono urla e rumore forte di passi, porte che sbattono. Quanto è brutto il suono della rabbia, penso. Mi fa paura anche. E così, di fronte al continue domande di mio figlio rispetto al frastuono, rispondiamo che stanno giocando.
Dopo mezz'ora di apprensione, di televisione accesa per non allarmare nostro figlio, interveniamo.
La ragazza apre. I capelli leggermente scompigliati, come se avesse appena finito di correre e rotolarsi sull'erba. Ha il viso teso.
"Tutto a posto?"
"Certo!"
"Si sentivano urla..."
"Stavamo giocando..."
"Ah. Va bene..."
Stavano giocando.

Passano alcuni mesi.
Di nuovo gli stessi rumori. Le urla. Le corse interrotte dal divano, dalle sedie e dai giochi di casa.
Le porte sbattono. Un suono diverso squarcia la tiepida notte.
E' caduto dal loro balcone un vaso di fiori.
Chiamiamo i Carabinieri. La gente dalle altre finestre alza lentamente le tapparelle. Non accende la luce per non farsi vedere. Qualcuno più coraggioso si affaccia.
"No niente. Ci è scivolato...."

Passano altri mesi.
La ragazza ha un grosso pancione, aspetta un'altra femmina. E' dispiaciuta, me lo dice. Mi dice, facciamo cambio, tu prendi la mia bambina e io il tuo, dice sorridendo mestamente. Perché anche io aspettavo il mio secondo bambino, maschio.
Una sera le solite urla.
Ma le porte si aprono più spesso. Passi. Corse.
La portano via i genitori.
Finalmente, la portano via.
Lui in un eccesso d'ira aveva preso la forchetta e gliel'aveva conficcata nella mano.

Dopo tre giorni torna.

Poi, pochi mesi dopo cambiano casa.
E io sono felice.
Si leggeva negli occhi di lei l'adorazione, l'innamoramento. Come negli occhi di lui la rabbia e la disperazione.
Sbagliava lei? Sì, certo.
Ma io mi chiedevo quale fosse la sua storia passata. Che tipo di amore l'aveva plasmata?
Di fronte a genitori che ci dicevano, ma no... sono giovani. Perché se si è giovani è lecito picchiarsi?

Li rivedo a volte.
Hanno avuto l'agognato maschio. Ha la stessa età del nostro terzo bimbo.
Vedo dietro di lui la pressione culturale, la dinamica familiare. Chissà, magari lui riuscirà a levarsi di dosso un'idea malata di amore. Magari sarà portatore di serenità, alla fine.

Se però devo giudicare e dire chi sbaglia io di dubbi non ne ho. Sbaglia lui.
La violenza sta sempre dalla parte sbagliata, che essa sia verbale o fisica.
Poi, dopo, ma molto dopo, possiamo forse anche discutere del perché lei subisca.

Ma mi chiedo anche e lo chiedo a voi, quante volte durante il giorno dovremmo reagire ad atteggiamenti maschilisti e quante volte non lo facciamo. Perché la reazione costa fatica, tanta fatica.
E pensate a quella donna accusata di non aver reagito davanti ad un ex-premier della Repubblica Italiana, davanti a giornalisti e televisione, davanti al proprio datore di lavoro.
E noi siamo qui a parlare e a tratti indignarci, pensando che a lei abbia fatto piacere essere soggetto passivo delle battute da bar sport.

Forse anche i giornalisti e gli anonimi opinion maker dovrebbero chiedersi qualcosa.

Buon San Valentino, nonostante tutto.




venerdì 18 gennaio 2013

QUANDO SAPEVAMO ASPETTARE ovvero DI COSE QUOTIDIANE

Paola oggi torno con il VdL e torno con Bichsel, di cui avevo già parlato la scorsa settimana.
E' un libro di racconti di una pagina e mezzo l'uno.
E' questo:

QUANDO SAPEVAMO ASPETTARE
di P. Bichsel
- comma 22 -



Parte da questa considerazione Bichsel: perché un quarto d'ora prima di arrivare alla stazione ci si alza, ci si mette la giacca, ci si mette in fila al centro del vagone per attendere di scendere? 

Probabilmente perché non c'è niente che abbiamo imparato con tanto dolore quanto l'attesa...

Perché mi piace tanto Bichsel?
Perché dalla sua osteria racconta le cose piccole, i minimi movimenti quotidiani. Le piccole figure (un racconto è intitolato E Paris Hilton? e un altro La lontana parente della Rosolinda), i piccolo avvenimenti (Mentre osservo il mio spiedo o ancora Mentre sistemo le cose per l'anno nuovo).
Bichsel parte da un evento così sottile da parere effimero e poi si allarga, si allarga, ma sempre con l'umiltà del quotidiano.
Alcuni racconti sono esemplari, uno (La festa dell'appartenenza) parla del salutarsi. Quanto facciamo meccanicamente questo gesto e quando è pregno di ricadute:

Mi piace salutare, e apprezzo molto il fatto di abitare in un piccolo posto, dove la maggior parte delle persone si saluta ancora oggi. Il gesto del saluto non significa solo che ho notato l'altra persona, ma è anche un gesto reciproco che segnala l'appartenenza a una comunità. Salutare ed essere salutati può portare un po' di calore nelle nostre grigie giornate. E' difficile che gli automobilisti ne abbiamo l'occasione. Il saluto è un privilegio del pedone.

Quanto queste parole mi fanno venire in mente l'Uno e il Due che all'uscita da scuola chiamano a gran voce i loro amici dall'altra parte della strada: EHI CIAO!! Alzando le mani, avendo condiviso le precedenti otto ore, ma con entusiasmo vero. E' sì senso d'appartenenza, quella bella, quella che protegge.

Vorrei citarveli tutti i racconti.
Ma concludo con due.
Il primo è Quando si ha fretta di capire:

Forse la capacità di ascoltare è più elevata di quella di capire. E forse noi siamo cattivi ascoltatori perché abbiamo sempre fretta di capire. E probabilmente è possibile ascoltare bene solo quando si tollera di non capire. 

Parlava in questo caso di una lettura avvincente in una centro per disabili...

L'ultimo è invece Aspettare mentre si è in fuga e parla proprio dell'attesa, del treno ad esempio e del Natale, da bambini e di come all'improvviso quell'ansia contagiosamente bella un giorno svanì. Ma lui è Bichsel e non ci lascia soli:

Vi auguro comunque un bell'alberello e la pazienza di restare seduti finché sulla parete della stanza ancora danzano le ombre e i riflessi delle candele che piano piano si spengono.




mercoledì 16 gennaio 2013

OCCHI UBRIACHI ovvero MIRO' e MCCURRY

Durante una pausa delle nostre malate vacanze, siamo stati a Genova. La meravigliosa, fredda, romantica, ventosa, invernale Genova.
Siamo andati a vedere due mostre:


Mirò mi si è appiccicato agli occhi. Non avevo mai visto i suoi lavori dal vivo. 
Noi e i bambini con alle orecchie la guida, ascoltavamo direttamente le parole dell'artista. I bambini si sono rifiutati la guida per loro, hanno scelto quella degli adulti, più ricca, contornata di foto e filmati. Beate audioguide.
Io amo di Mirò l'uso del colore, quei neri netti, solidi, forti. E poi le figure fluttuanti, le presenze vive che si formano nei suoi quadri. 
E poi di lui mi piace la passione che traborda, il fatto che abbia lavorato fino a tardissima età. Mi piace il simbolismo: l'occhio, la stella, gli uccelli. Simboli che mi corrispondono.
La cosa che poi mi ha incuriosito è stata come i bambini abbiamo letto in modo differente quello che hanno visto.
Per l'Uno, bambino tutta testa, astrattismo puro, che vive nel suo mondo, le opere di Mirò erano non straordinarie o insolite, a lui sono piaciuto, come poteva piacergli Caravaggio.
Il Due invece, che attende, riflette, tentenna, che prima ascolta le parole degli altri prima di esprimere la propria opinione, due-tre giorni dopo la visita, mi si avvicina e mi chiede: "Ma mamma io penso che se uno disegna una cosa, deve disegnare una cosa che esiste. Mirò non disegnava cose che esistono!".
Lui è il nostro realista, molto attento agli eventi, a ciò che accade, concreto, risolutivo. Per usare delle metafore cinematografiche: l'Uno è Bunuel, il Due Rossellini.
E il Tre? Pensate che dall'alto dei suoi due anni e mezzo si esimesse dall'esprimere la propria opinione? No: "Mamma, oggi siamo stati a vedere i mostri nei quadri. Erano bellissimi!".
I mostri nei quadri. Pensò che Mirò avrebbe apprezzato.
Qui tutto sulla mostra.
E qui un ottimo libro per bambini su Mirò da vedere e da sentire.


Concluso questo giro ci siamo spostati da McCurry.
E' un fotografo. E' l'autore di questa famosissima foto:


E' carrellata di ritratti.
Di fatto è una mostra sugli sguardi e dunque sugli occhi, che sono quasi un'ossessione che accomuna lui e Mirò.
L'allestimento è semplice ma davvero d'impatto. La stanza delle guerre è tremenda. Non ci sono immagini truculente per il corpo, ci sono immagini terrificanti per l'anima. I bambini naturalmente si sono soffermati molto in questa stanza e non capivano se fotografava cose vere, tanto lontane erano dalla loro vita reale: "Ma quel fucile che ha in mano quel bambino è vero?"

Qui tutto sulla mostra.
Qui un ottimo video su McCurry (sottotitolato in italiano).



lunedì 14 gennaio 2013

SULLE PAURE A 8 ANNI ovvero PARLARE DI BAMBINI GRANDI

Un po' di tempo fa un'amica mi chiedeva come mai tra i mammyblog si trovassero molti argomenti nella fascia pre-scolare (0-6) e pochissimi per quella successiva.
Questo interrogativo, come mi è solito, me ne faceva aprire altri.
Io parlavo meno di Uno nel mio. Era vero. Perché?
Le questioni da piccoli sono più trattabili?
Cosa mi bloccava?

Penso che le questioni 0-6 anni siano più facilmente condivisibili semplicemente perché in parte legate alla parte 'fisica', 'corporea': mangia il bambino? Lo allatto? Cammina? Gattona? Rompe le cose? Ci parla insieme? Ha tolto il pannolino? Dorme di notte?... ecc. E queste sono tutte domande che da genitori ci hanno coinvolto e che hanno coinvolto i nostri bambini.
Poi si passa alle questioni più emotive ed emozionali: il primo giorno al nido, alla materna; le prime amicizie; il rapporto coi fratelli; ecc. ecc.
E anche questi sono argomenti condivisi nella superficie anche se poi declinati in maniera diversa da bambino a bambino. Ma la generalità del tema e il fatto di sapere che il lettore a cui ti stai rivolgendo (presumibilmente un altro genitore) stia affrontando lo stesso problema, stimola la tua voglia di condividere.


Scrivania di ottenne.
Poi succede questa cosa che tuo figlio cresce. La sua autonomia fisica e di pensiero cresce e improvvisamente parlare di lui diventa più difficile. Hai paura di ferirlo. Hai paura di metterlo alla finestra, di esporlo all'acuta analisi.
Le problematiche lentamente ma inesorabilmente divengono private. Come il corpo di un bambino, a ben pensarci, che in spiaggia a due anni gira liberamente nudo e poi a cinque vuole l'asciugamano per cambiare il costume e a otto si barrica nello spogliatoio e chiude a doppia mandata. Questo succede fuori e succede dentro.
Per rispettare questa esigenza, noi genitori chiudiamo.

E' difficile trovare un equilibrio, dunque, nella documentazione di ciò che accade a mio figlio. Però quest'anno a noi è successa una cosa che mi ha spinto a cercare in rete qualcuno a cui fosse successa, per capire meglio.
Io il punto fermo che ho sempre avuto rispetto al blog, e alla mia scrittura in generale è: domani questo tuo figlio lo leggerà.
Dunque scrivo cose che possano aiutare me e un domani lui.

L'Uno ad un certo punto ha cominciato ad avere delle paure insolite. A richiedere la mia presenza fisica. A temere un po' la notte. A domandare di particolari insoliti (come si chiude la porta, come funziona l'allarme). A temere eventi catastrofici (il famigerato tsunami, il tornado, ecc...).
Ho chiesto a una persona di fiducia e del mestiere cosa gli stesse accadendo e lui mi ha risposto che, in anticipo un po' sui tempi anagrafici (in genere avviene tra i 10 e gli 11 anni), l'Uno stava passando una sorta di crisi esistenziale. Una rottura dell'incantesimo, si può dire. L'Uno in quei momenti aveva capito che suo papà e sua mamma potrebbero un giorno non esserci più, che la casa può essere davvero violata, che la natura contro la nostra volontà può essere davvero terrificante.
E' uno stacco dall'infanzia, doloroso, come tutti gli stacchi. E a me, probabilmente, più che a lui, ha fatto paura.
Il sogno si è spezzato e la realtà con tutto il suo peso è andata sulle sue spalle.
Come abbiamo fatto per gestirla?
In due modi essenzialmente.
Sotto consiglio di questa persona, la sera abbiamo usato una crema alla lavanda da spalmare sul petto. Un rito, dunque, come da piccolini. Il contatto, il profumo squisito, il rituale dell'accompagnamento, ci siamo Uno, siamo qui.
E poi la vicinanza. Richiedi vicinanza e io te la do. Vuoi che mi sieda accanto a te mentre fai i compiti, mi siedo. Vuoi sicurezza, te la do. Vuoi tuo papà più presente, e via al cinema con lui.

Piano piano tutto è rientrato, con lenta delicatezza.
E' un passaggio, avverrà, magari non in questa forma, anche al Due e al Tre.
L'Uno non ne sarà ferito per questo mio racconto, ne sono sicura.
In fondo, è stata la testimonianza della sua e della mia paura e della vittoria su di esse.

venerdì 11 gennaio 2013

Il LETTORE, IL NARRARE ovvero PETER BICHSEL

L'ho detto che tornavo. E se torno, torno anche con gli amati venerdì del libro di Paola.
Prima delle vacanze natalizie, sono andata dal mio libraio con caffè. Sbirciavo per qualche regalo quando il suo socio mi guarda e mi dice: "Quel libro che stai sfogliando è bello, ma l'altro lo è ancora di più!".
Erano due libri di uno stesso autore: Peter Bichsel.
Ha continuato: "E' un libro sulla letteratura che ha scritto molto prima che Pennac sfondasse col suo, anche lui è stato un maestro. E' svizzero".
Non ho tentennato e li ho comprati tutti e due.

IL LETTORE, IL NARRARE
di P. Bichsel
- comma 22 -


E' un libricino di 80 pagine denso di concetti. E' diviso in 5 lezioni e racconta, ricco di aneddoti, il concetto di letteratura di questo simpatico scrittore svizzero. Ci sono alunni, osterie, citazioni, di Goethe.
E' difficile descrivere e consigliare un saggio. Dunque mi è venuta questa idea: per ogni lezione vi scrivo delle sue osservazioni.

Storie sulla letteratura

Narrare significa occuparsi del tempo e, se viviamo la nostra vita come tempo, è perché la nostra vita ha una scadenza, come ce l'ha anche la vita dei nostri amici. (...) Ciò che resta è la tristezza dovuta alla finitudine. La tristezza non si può superare. La si può rifiutare o accettare e raccontare storie ha a che fare con il fatto di accettare la tristezza. La naturale tristezza del vivere trasforma l'essere umano in un narratore di storie.


Il narrare

I lettori sono persone che, tra l'altro, sanno avere a che fare con le domande senza chiedere subito delle risposte: che vivono nelle domande e non nelle risposte. Per la maggioranza questo può essere considerato un comportamento sovversivo.


Come cominciare - sui contenuti

Tutti noi abbiamo vissuto momenti di disperazione di fronte alle prime pagine dei grandi romanzi russi, quando non capivamo chi fosse lo zio e chi il fratello e se la zia fosse la moglie dello zio e se fosse il fratello o l'amico a essere innamorato della figlia e di chi fosse la figlia. Siamo allenati e sappiamo come si affronta il problema: si continua a leggere, prima o poi si capirà. Chi si ferma davanti alle cose che non capisce, non riuscirà più a leggere, dovrà per forza rinunciare. Generosità, snobismo, spacconeria o il "sentire" come lo intendeva Goethe sono necessari per leggere ogni genere di letteratura.


Joyce, per esempio.

Se uno scrittore che invecchia smette di scrivere, non dipende dal fatto che gli mancano gli argomenti o la forza. Forse si è scritto così tanto sul corpo che non ha più posto per niente di nuovo, non ci sta più niente sul groppone. Scrivere, in questo senso, è anche una questione di forma, dipende da quanto un autore sopporta e da quanto è disposto a portare.


Storie che ha scritto la vita

Al contrario, gli autori di letteratura d'evasione comunicazione solo attraverso i contenuti. Il lettore non impara altro che ad ascoltare, non impara invece a narrare perché normalmente la letteratura d'evasione non riflette sul narrare.


Oh, quando ho letto della disperazione davanti alle prime pagine dei romanzi russi, quanto mi sono sentita capita....
Davvero ottimo libro.



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